Viaggio in ex Iugoslavia – La storia negata di due Dream Team

Belgrado, 1988. Quarti di Coppa dei Campioni: Stella Rossa – Milan.

I miei primi ricordi confusi di Dragan Stojkovic risalgono a quel giorno. Era la famosa partita della nebbia, la prima delle tante materializzazioni del noto culo di Sacchi, e senza la quale forse quel Milan non sarebbe mai diventato Grande. Senza la nebbia, intendo. Prima che calasse, infatti, un giocatore stava facendo ammattire una difesa formata da Baresi, Maldini e Costacurta. (Mica Mexes). Agile come un folletto e con la faccia che somigliava tanto a quella dei giostrari che arrivavano a Ferragosto alla sagra del paese mio, Stojkovic diventò subito uno dei miei beniamini. Aveva tutto: dribbling, velocità, visione di gioco, lancio millimetrico. Accanto a lui giocava un altro giovane talentuoso, ma ancora acerbo, un certo Dejan Savicevic. E con loro, nella nazionale jugoslava, avrebbero giocato nel giro di pochi anni anche Boban e Suker, Katanec, Prosinecki, Boksic, Jugovic, Mihaijlovic e Mijatovic. Cosa avrebbe potuto vincere una squadra simile negli anni 90? Tutto. O forse nulla. Perché si sa. Gli slavi sono fatti così: se un giorno si alzano e non hanno voglia di correre, non corrono. Pazienza se è il giorno della finale.

Comunque non lo sapremo mai. Questa squadra, una delle nazionali più forti di sempre, semplicemente non è mai esistita, perché una guerra feroce la inghiottì, e la rigettò polverizzata.

Seul, 1988. Finale olimpica di basket. La Iugoslavia perde l’oro contro la Russia; è una squadra brillante, ma ancora troppo inesperta. Questione di tempo: nel 1989 vinse gli Europei e nel 1990 dominò i Mondiali. Nel 1991 arrivò anche il bis europeo. Una squadra con Petrovic, Divac, Kukoc, Paspalj, Radja, Danilovic, era una squadra nata per non poter perdere (cit. Buffa). Insomma, tutto era pronto per la grande rivincita olimpica, a Barcellona, contro le stelle dell’NBA.

Petrovic DivacE invece no. Anche per loro le strade si divisero e a sfidare il Dream Team per l’oro furono la Croazia nel 1992 e la Iugoslavia (nel senso di Serbia) nel 1996. Esito scontato, ma sarebbe stato scontato lo stesso, se fossero rimasti uniti? Nel 1992 certamente sì. Ma nel 1996? Quando si sarebbero trovati al culmine della carriera? Quando a loro si sarebbe aggiunto un giovane Bodiroga? Chissà. Anche questo non c’è stato dato saperlo. Perché quella nazionale, una delle più forti di sempre, ha fatto almeno in tempo ad esistere, ma per essere soffocata nella culla.

Once Brothers

Si potrebbe anche dire che tra tante tragedia scatenate nell’ex Jugoslavia, forse lo sport è il meno. E sarà forse così, ma lo sport racconta molto di un paese, della sua storia. Perché si intreccia con la sua vita sociale, culturale e politica. A volta anticipando, a volte seguendo. Vorrei spiegarmi meglio, ma non serve, perché esiste un film documentario prodotto da ESPN nel 2010, intitolato Once Brothers, che racconta proprio tutto questo. Racconta attraverso i ricordi di Vlade Divac, serbo, la storia della sua amicizia fraterna con Drazen Petrovic, croato, e di come la guerra, ed una maledetta bandiera gettata a terra, li abbiano separati nello sport e nella vita. Narra del tentativo negli anni successivi di Divac di ricucire, di spiegare. Narra insomma, del disperato tentativo dello sport, che non è altro che la vita, di andare oltre, di sopravvivere alla guerra. Senza riuscirci. Petrovic morì in un incidente a 28 anni, senza aver mai ricostruito l’amicizia con Divac.

Quando scoppiò la guerra nell’ex Iugoslavia ero molto giovane, troppo per cogliere fino in fondo la gravità dei fatti. Alcune immagini però, con la loro potenza iconica, mi rimasero impresse e le ricordo vivide ancora oggi: la torre dell’acqua e le rovine di Vukovar, il parlamento in fiamme di Sarajevo, l’esplosione del ponte di Mostar. Il tutto frammisto a queste forti suggestioni sportive che ho provato ad evocare.

Questo viaggio nasce da lì. Ora che molte cose mi sono più chiare, voglio vedere per provare a capire ancora di più. Cosa è potuto succedere solo vent’anni fa. A 6 ore di macchina da casa.

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