2. Le cicatrici di Vukovar

Se il viaggiatore giunto a Vukovar potesse salire sulla cima diroccata dell’altissima torre dell’acquedotto, guardando ad ovest vedrebbe grandi macchie di girasoli colorare la campagna croata, e ad est il gigante Danubio scorrere lento, e sulla riva opposta la Serbia. Oggi salire non si può più, ma ci fu un tempo in cui quella torre ospitava un ristorante, nientemeno, e da dove ora sventola una bandiera a scacchi, quello che si sarebbe visto in qualsiasi direzione era Jugoslavia. Come tante terre di confine, Vukovar sembrava un modello di incontro, di scambio e di convivenza pacifica.

Poi, tutto finì.

Sono passati ventiquattro anni, ma Vukovar mostra ancora le cicatrici di quei giorni drammatici. Fisicamente: si possono toccare. Sono rosso mattone.

vukovar 4Singolare ricostruzione di Vukovar

In effetti, il centro cittadino, con il porticato e le facciate di gusto asburgico, è stato ricostruito alla perfezione e pare anche ridipinto di fresco. Ma c’è qualcosa di innaturale in questo lindore. Anche senza aver visto il resto della città, si percepirebbe qualcosa di artefatto. C’è un unico punto che sembra dare un senso di realtà, e sono dei balconi fioriti in un casa diroccata, all’angolo della piazzetta centrale. Come a ricordare ciò che è stato. Ma non ce ne sarebbe bisogno in realtà, basta girare l’angolo.

Non ci sono rovine, non più di tanto perlomeno. La città l’hanno ricostruita, ma dopo vent’anni si può dire esattamente dove, e a farlo capire sono tanti mattoni rossi. Perchè le case, a Vukovar, le hanno ricostruite sì, ma non intonacate. Solo mattoni e malta. Così, a grezzo. Se era stato bombardato il secondo piano di un’abitazione, il secondo piano è stato rifatto, senza intonaco. Dove era crollata la parte destra della casa, questa parte è stata ricostruita, senza intonaco. La villetta di mezzo di un caseggiato che fosse venuta giù completamente è stata ricostruita, senza colore.

(Parlo dell’esterno, ovviamente. Dentro, voglio sperare che siano a posto. Perchè se ve lo state chiedendo, sì, sono abitate così.)

vukovar 2

Posto che le abitazioni bombardate durante l’assedio furono praticamente tutte, il colpo d’occhio che ne risulta girando per le strade, lo potete immaginare. Il paese pare un gigantesco corpo sfregiato di tagli e cicatrici ancora fresche. Se ci si aspetta di respirare un’aria di dinamismo, di slancio di rinascita (quello che altrove incontrerò in questo viaggio), beh non è qui. A Vukovar sembra di entrare in una dimensione trasognata, tutto sembra scorrere rallentato. Questo paese, in questa pianura assonata in una domenica di agosto, con il Danubio immobile e il confine, è l’ultimo paese prima del deserto dei Tartari.

Un sogno spezzato?

Qualcuno potrebbe chiedere se sia mai stato davvero un sogno, quello di una convivenza tra popoli così simili e così diversi, se la Iugoslavia non fosse in realtà una costruzione autoritaria, che ha negato spiriti nazionali autentici e mai sopiti, che avrebbero potuto minacciare il potere del regime titoino.

In parte è stato anche così, probabilmente. Di sicuro però, ci sono stati alcuni uomini che in quest’idea ci hanno creduto davvero. Fino all’ultimo. Uno di questi era il capo della polizia di Osijek, Josip Rehil-Kir, e la sua storia merita di essere raccontata.

(continua…)

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