Viaggio in ex Iugoslavia – Storia di Josip Reihl-Kir

Prologo. 1991, il governo croato di Franjo Tudjman proclama l’indipendenza dalla Jugoslavia e comincia ad armare la propria polizia per costituire un esercito parallelo. Nelle terre croate di confine, i nazionalisti serbi si ribellano e chiedono l’annessione alla Serbia, facendo le barricate sulle strade. In questa polveriera, un uomo di nome Josip Reihl-Kir difende il sogno di una nazione in cui serbi e croati, cattolici e ortodossi, possono vivere insieme.

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Kir era il capo croato della polizia di Osijek. Quindi era responsabile di tutta la zona al confine con la Serbia. Quasi ogni giorno di quella primavera del 1991 prendeva la macchina, guidava fino ad uno dei villaggi in cui i Serbi avevano posto le barricate, e si presentava solo. Apriva la giacca e diceva: ”Sono disarmato. Parliamo.” Si era fatto garante del fatto che nei villaggi a maggioranza serba, nessuna delle milizie paramilitari croate sarebbe entrata. In cambio i serbi dovevano togliere i blocchi dalle strade e permettere la circolazione dei cittadini croati. Quasi sempre il compromesso funzionava.

Una sera il capo locale dell’Unione Democratica Nazionale, il partito del presidente Tudjman, andò da Kir e gli chiese di accompagnare lui ed una delegazione ministeriale a Borovo Selo, un villaggio a maggioranza serba alla periferia di Vukovar. Una volta lì, sotto gli occhi esterrefatti di Kir, i tre montarono un lancia granate e spararono tre colpi contro il villaggio. Non ci furono vittime, ma la spirale di violenza era cominciata. I nazionalisti serbi chiesero aiuto a Belgrado, dove Milosevic autorizzò gruppi paramilitari a raggiungere il confine. Pochi giorni dopo, 12 poliziotti croati, uomini di Kir, vennero attirati a Borovo Selo e caddero in un’imboscata venendo uccisi dai paramilitari serbi. Quella stessa sera le piazze croate si incendiarono e il presidente Tudjman mobilitò i riservisti croati per difendere “ogni centimetro di terra.”

Kir ormai aveva capito che i suoi sforzi non solo erano vani, ma lo stavano mettendo in pericolo. Volò a Zagabria e chiese di parlare al Ministro degli Interni. “Mi vogliono morto: il capo del partito a Osijek, e qui a Zagabria il ministro Susak e la sua cerchia. Vogliono la guerra e io sono un intralcio. Temo per la mia famiglia. Salvami.”

Il Ministro lo ascoltò. Da luglio sarebbe stato trasferito.

Il 31 giugno, un certo Anton Gudelj si presentò a Kir. Era a capo dei riservisti mandati da Tudjman e chiese di essere armato. Kir, obbedendo alle direttive superiori, gli fornì un kalashnikov. Il giorno sucessivo, al comando di polizia di Osijek giunse una chiamata da uno dei posti di blocco della polizia a Tenja, alla periferia di Vukovar. Stava scoppiando un nuovo incidente coi serbi. Per l’ennesima volta, anche il suo ultimo giorno di servizio, Kir guidò fino a laggiù. Non c’era il posto di blocco. Ad attenderlo c’era Gudelj, con un kalashnikov: quel kalashnikov. Kir non fece nemmeno in tempo a scendere dall’automobile. Venne trafitto da 16 colpi.

Poche settimane dopo cominciò l’assedio di Vukovar.

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Il luogo in cui Kir venne ucciso è sul ciglio della strada, a segnarlo oggi si intuiscono i resti di qualche fiore posato da sempre troppo tempo.

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