4. Srebrenica, vent’anni dopo.

 

2 agosto. Confine croato-bosniaco, ufficio della polizia di frontiera. Un corpulento poliziotto bosniaco tenta di farsi corrompere da un giovane italiano giunto poco prima da Vukovar, il quale però sembra non voler recepire il messaggio. Beh, finalmente un italiano che si comporta onestamente in giro per il mondo?

No. E’ che proprio non stavo capendo una parola di quel che mi stava dicendo…

La strada per Srebrenica

Alla fine, un po’ a gesti, un po’ scrivendo su un foglio di carta, con 20 euro l’affare è fatto e dopo un’ora di blocco riesco ad entrare in Bosnia.

La strada che porta a Srebrenica attraversa l’estremità meridionale della pianura pannonica, e penetra tra i Balcani seguendo a ritroso il corso del fiume Drina. Infatti, quando la bufera tropicale che mi accoglie appena abbandonata la strada a due corsie cessa, mi si apre davanti un paesaggio estremamente suggestivo.

drinaUn fiume che scorre in una gola che serpeggia tra le montagne che scendono a picco sulle sue rive. Il fiume segna il confine tra Confederazione di Bosnia ed Herzegovina (la Bosnia musulmana) e la Republika Srpska (la Bosnia serba); un confine che una volta lasciato il corso del fiume per raggiungere la valle di Srebrenica, si fa più tortuoso: lungo una stessa strada si alternano paesi bosniaci e serbo-bosniaci, contesi uno per uno durante la guerra. Lo si intuisce dalle indicazione stradali, ora scritte in alfabeto latino(bosniaco), ora in alfabeto cirillico(serbo) e spesso cancellate da spray nero e riscritte nella lingua “opposta”, a far capire come molte tensioni covino ancora. Alla fine, dopo aver gesticolato con un benzinaio, il nonno di una tabaccaia, un pastore ed un gruppo di giovani, raggiungo la mia pensione.

Questa è Srebrenica alle nove di sera dalla mia camera…

srebrenica notte

Domattina visiterò il Memoriale.

Srebrenica, 8372…

Srebrenica era un’antica stazione termale. Purtroppo come Goradje, come Sarajevo stessa, Srebrenica era anche un’enclave bosniaco-musulmana incuneata tra monti e colline serbe. Negli anni della guerra divenne una “Safe Area” sotto la protezione delle Nazioni Unite. Bosniaci musulmani da tutta la regione vi giunsero a cercare rifugio.

Nell’estate 1995 i serbi bosniaci ormai avevano conquistato tutto il territorio circostante e decisero di sferrare un attacco a Srebrenica, occupandola nel giro di due giorni. La popolazione civile cercò riparo nella vicina base ONU. Intimoriti dal massiccio afflusso di truppe serbe, i comandanti della base strinsero un accordo con Ratko Mladic in persona, per consentire a chi lo avesse voluto di evacuare la città in sicurezza. Nei giorni seguenti dal territorio di Srebrenica cominciarono a partire pulmann carichi di profughi. Una volta a destinazione però, da questi pulmann smontavano donne, bambini, anziani. Nessun uomo, nessun ragazzo con più di 13 anni. Solo allora qualcuno cominciò a notare che qualcosa non andava. Che fine avevano fatto gli uomini di Srebrenica?

srebrenica 1

I boschi e i campi di Srebrenica hanno custodito per anni i corpi di 8372 ragazzi e uomini, trucidati dai soldati serbo-bosniaci l’11 lugllio 1995. Man mano che i corpi vengono ritrovati nelle fosse comuni vengono sepolti qui, nel cimitero memoriale. Sono migliaia di steli bianche, la sepoltura tipica musulmana. La prima cosa che si nota è che le steli sono piantate in modo ordinato, ma in mezzo a campi rimasti così come si presentano naturalmente, con le sterpaglie, le erbacce, macchie di sterrato. Non c’è la solennità cinematografica di Collevile Sur Mer. C’è invece un crudo ed essenziale realismo. Come se l’ambiente volesse ricordare i campi incolti e abbandonati in cui questi corpi sono stati trovati. Come se si fosse voluto ricordare che qui non si sono svolte gesta o battaglie eroiche, ma un silenzioso massacro di gente comune.

srebrenica memorial 4Prima di uscire scatto un ‘istantanea che mi sembra rappresentare molte cose. Una famiglia di bosniaci musulmani: il padre, la nonna con il velo e gli zoccoli, la figlia con i jeans, occidentale, e il figlio più piccolo,  nascosto. E il padre che si china a fianco del ragazzo per indicare sull’immensa lapide il nome di un parente: forse il nonno, forse uno zio. In questo gesto si compie il senso di questo memoriale, con il tempo che scorre e trasforma, e le generazioni che si susseguono, ma il ricordo di ciò che è stato che rimane per tutti.

Su una stele, è inciso l’augurio più profondo e più difficile da realizzare: “…che la vendetta diventi giustizia…”, e mai più altra vendetta.

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