Viaggio in ex Iugoslavia – L’avventura dell’Haggadah di Sarajevo

Una delle storie di Sarajevo comincia in Spagna. Nel 1492, i cattolicissimi re Ferdinando ed Isabella(quelli di Colombo), dopo aver strappato la penisola iberica ai mori, pensarono di completar l’opera scacciando dal paese anche tutti gli ebrei, già che c’erano. Cominciò così la lunga migrazione degli ebrei sefarditi(cioè iberici) nel resto d’Europa, la quale però non è che li amasse molto, com’è noto. Così numerose comunità ebraiche finirono per nascere nella parte d’Europa allora dominata dai Turchi, molto più tolleranti (pensate un po’). Una città in particolare, nel cuore dei Balcani, aveva fama di essere luogo di convivenza pacifica tra musulmani e cristiani: Sarajevo. Chissà, magari anche gli ebrei avrebbero potuto viverci tranquilli…

haggadahCosì fu. Nel corso dei secoli gli ebrei sefarditi giunti a Sarajevo formarono un’importante comunità, e uno di questi in particolare portava con sé un piccolo tesoro: una Haggadah, ovvero un manoscritto miniato in rame ed oro, compilato a Barcellona attorno al 1350, in cui era raccontata la fuga dall’Egitto. Pare che nel XVI secolo si trovasse in Italia, dopodiché se ne persero le tracce fino al 1894, quando riemerse a Sarajevo, nelle mani di un certo Joseph Koen. Quando il Museo Nazionale di Bosnia lo acquistò rappresentava il più antico manoscritto ebraico esistente in Europa.

Un bel giorno, parecchi anni dopo, alle porte del Museo Nazionale si presentò un ufficiale tedesco(nel frattempo in Bosnia erano arrivati i nazisti), chiedendo senza tanti complimenti la consegna dell’Haggadah. In un modo o nell’altro il direttore ed il bibliotecario del Museo, gli diedero ad intendere di averlo già consegnato “ad un altro ufficiale”. In realtà il manoscritto si trovava in quel momento nella fodera del cappotto del bibliotecario, un musulmano di nome Dervis Korkut, che quel giorno stesso si recò in un paesino tra le montagne circostanti, affidandolo ad un Imam suo amico che lo nascose tra i suoi Corani fino al termine della guerra, quando venne recuperato ed esposto alla Bibioteca Nazionale.

Cupe vampe, livide stanze.

20150803_194150_20150819132453516La Biblioteca Nazionale si trova in un palazzo in stile moresco che domina uno dei ponti sul fiume Miljacka. Nelle intenzioni degli Austriaci che lo costruirono doveva forse omaggiare le radici islamiche della città, ma in realtà non si integra molto bene con la Bascarsija. Troppo imponente e appariscente, per un quartiere in cui le moschee, per dire, quasi si nascondono. Tuttavia col tempo diventò ugualmente uno dei luoghi più noti e riconoscibili della città e con il suo milione e mezzo di volumi tra cui 150.000 rarità tra libri e manoscritti, era diventata uno dei simboli di Sarajevo e del suo multiculturalismo.

Forse anche per questo, la notte del 25 agosto 1992, la Biblioteca venne colpita da bombe incendiarie lanciate dai serbi bosniaci appostati sulle colline. Il fuoco divampò tutta la notte e nonostante  l’eroico sforzo dei cittadini che sfidarono le fiamme per portare in salvo i preziosi libri, si stima che l’80% dei volumi, tra cui 700 manoscritti ed incunabula, andarono distrutti per sempre.

Roger-Richards-and-Remember-Sarajevo1Un momento, e la Haggadah?

Ebbene, qualche mese prima la Biblioteca aveva subito un’incursione: forse nazionalisti, forse semplici ladri. La mattina dopo un ispettore di polizia durante il sopralluogo notò tra gli altri libri sparpagliati al suolo, un volume che pareva molto più antico. Era la Haggadah, incredibilmente risparmiata dai vandali. L’uomo, chiamato Fahrudin Cebo, decise di non rimettere al suo posto il manoscritto, ma di portarlo al sicuro nei sotterranei del Museo Nazionale, sottraendolo all’incendio che avrebbe distrutto la Biblioteca poco tempo dopo.

Una bella fortuna, ma durata poco, perché presto i Serbi lanciarono un’offensiva per la conquista della città ed il Museo si trovò sulla linea del fronte, sottoposto come tutta la zona ai continui cannoneggiamenti dell’artiglieria. Come il suo predecessore 50 anni prima, fu nuovamente il bibliotecario del Museo a salvare il libro. Organizzata una squadra di poliziotti e vigili del fuoco, si introdusse nottetempo tra le linee, penetrando nel Museo, recuperando l’Haggadah e portandola in una cassetta di sicurezza nella Banca Nazionale, dove rimase fino alla fine dell’assedio.

Una storia ancora da scrivere

Oggi si trova nuovamente al Museo Nazionale. E dopo aver conosciuto la sua storia rocambolesca direi che mi è venuta un gran curiosità di vederla, quest’ Haggadah. Eccoci qui allora davanti all’entrata, carichissimi. Solo per scoprire che dal 2012 il Museo è chiuso. Sono finiti i fondi per il personale, per la manutenzione, e sostanzialmente è fallito. Incredibilmente, l’Haggadah di Sarajevo, dopo esser sopravvissuta all’Inquisizione Spagnola, ai Nazisti, ai cannoni serbi, rischia ora segregata ed inaccessibile, di soccombere alle dispute tra istituzioni e al vuoto politico che ancora affligge la Bosnia post bellica.

La sua storia secolare attende ancora un nuovo capitolo.

2 Risposte a “Viaggio in ex Iugoslavia – L’avventura dell’Haggadah di Sarajevo”

  1. Laura Palla dice:

    Sono stata a Sarajevo il 28/04/17 proprio per il prezioso manoscritto, che è di nuovo al museo riaperto al pubblico, e che da tempo desideravo vedere ma incredibilmente non è accessibile ai visitatori se non per gruppi con prenotazione e in occasioni speciali, che dire?

  2. lonnieadmin dice:

    Davvero un peccato, potrebbe diventare un motivo di grosso richiamo, e invece…

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