7. Da Mostar a Dubrovnik.

nerenta 1Sarà capitato a tutti di ammirare un paesaggio riflesso nell’acqua. Non è mai un riflesso perfetto, vero? L’immagine è sempre un po’ opaca o distorta. Come in questa foto.

A volte però, arriva un istante in cui la luce del giorno rende il verde dei boschi e l’azzurro del cielo perfettamente uguali ai loro riflessi, e allo stesso momento il vento smette di increspare la superficie, e lo specchio d’acqua diventa uno specchio perfetto, e percorrere la strada da Mostar a Dubrovnik lungo il fiume Nerenta diventa allora come guidare attraverso il cielo affiancando isole sospese nell’aria.

Un istante, come il raggio verde, o cose così, poi il vento riprende a soffiare e l’azzurro del cielo torna più intenso, la strada torna sulla terra, e chilometri di curve dopo Mostar è davanti a me.

Mostar, il ponte vecchio e il Bulevar

L’avvicinamento a Mostar è segnato dal colore del fiume Nerenta. Tanto appare azzurro tra le montagne, tanto più di verde si colora scendendo verso la pianura, e quando passa sotto allo Stari Most è ormai una colata di smeraldo.

Il ponte di Mostar o Stari Most, costruito nel 1557 da Solimano il Magnifico, era il più grande ponte ad arco singolo dell’epoca, ed aveva una curiosa forma a gobba d’asino. Venne bombardato dai croati bosniaci nel novembre 1993, e ricostruito dieci anni dopo cercando di mantenerne l’aspetto originale.

Intento a guardare la cittadella turca circostante da un versante della gobba, mi sento toccare la spalla. Un tizio in costume mi chiede di fargli spazio. Sale sul parapetto, scavalca la ringhiera e comincia a camminare sul bordo verso la cima, come a volersi tuffare.

Vecchio, saranno almeno trenta metri. Sei fuori di capoccia?

mostar tuffiApparentemente no, perché appena raggiunto il punto più alto guarda giù, riscavalca e scende. Ad un certo punto sono in tre in questa pantomima a scavallare di qua e di là, confabulare, scendere, risalire. Finalmente, un attimo prima che l’attesa si tramuti da culmine di aspettativa in rottura de cojoni e la gente cominci ad andarsene, compare un berrettino, che pian piano si riempie di monete, ed ecco quindi che il primo dei tre risale e si tuffa. Non sono 30 metri, Wikipedia dice 24, che è comunque 4 volte il tetto di casa mia. Considerando che una volta alla RAI ho visto la diretta per un tuffo nell’Aniene, direi niente male.

Una guida vicino a me spiega che si tratta di una tradizione antichissima che risale ai tempi in cui il ponte fu costruito, ma una volta rappresentava una sfida tra i giovani del luogo per far colpo sulle ragazze, mentre ora serve a raggranellare qualche soldo. (e quindi allo stesso motivo, aggiungo io.)

mostar bulevarDurante la guerra, Croati e Bosniaci, dopo aver convissuto per secoli ed aver fronteggiato insieme i Serbi, cominciarono a contendersi la città. Pareva brutto, altrimenti.

Il fronte però non passava sul ponte, come romanzescamente raccontato in occidente dopo la sua distruzione, correva invece poco più in là, lungo il Bulevar, una grossa arteria che divide la città musulmana da quella croata. I segni della distruzione sono ancora presenti, ma quello che impressiona maggiormente è la barriera invisibile che sul Bulevar è cresciuta. Ai lati del viale le due Mostar danno l’impressione di essere in ripresa, ma ognuna a modo suo, avulse l’una dall’altra. Diverse le case ricostruite, diverse le strade riasfaltate, gli alberi, le auto, le persone. Le due Mostar sembrano due città distinte che casualmente confinano l’una con l’altra, ma potrebbero benissimo essere a centinaia di chilometri lontane. Mentre mi conduce fuori da Mostar, il Bulevar che dovrebbe essere il viale degli incroci tra le due città, un tempo fuse indistintamente, appare così una trafficata terra di nessuno, come una lunghissima Potsdamer Platz de Il Cielo Sopra Berlino.

La diligenza per Dubrovnik

far westUsciti da Mostar, abbandonato il corso della Nerenta, la strada gira a sud attorno ad un massiccio montuoso, ed il verde scompare. Quella che si apre ora è una distesa desertica di arbusti e rocce con in lontananza montagne brulle e  arse dal sole. Manca solo un assalto di indiani o una colonna di sudisti all’orizzonte. Accosto, smonto dalla macchina e resto deluso perché mi aspettavo di sentire la musica di Ennio Morricone, e invece niente, solo il fischiare del vento.

In un modo o nell’altro, dribblata una rischiosissima (per le mie tasche) nuova frontiera con la Bosnia, mi dirigo a Dubrovnik da sud e dopo l’ennesima discesa ardita e la risalita, finalmente, in lontananza: il mare. O Adriatico, non mi sei mai sembrato così bello.

Dubrovnik o Approdo del Re

dubrovnik vecchiaDubrovnik sembra Venezia senza canali, che è un po’ come dire di una città che assomiglia a New York ma senza grattacieli, me ne rendo conto. Però ci sono le viette che sembrano calli, la piazze come i campi, e l’architettura un po’ gotica un po’ rinascimentale come… come a Venezia. E comunque il mare c’è, anche se blu intenso. Poi ci sono cattedrali e chiese di ogni epoca e c’è anche una scalinata che ricorda un piccola Piazza di Spagna.

Subito prima dell’ingresso nella città vecchia, una piccola stradina porta ad una spiaggetta che assomiglia tanto alla spiaggetta da cui partono le navi ad Approdo del Re.

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Ok, non è che assomiglia. Questa “È” la spiaggetta vista in Trono di Spade. Credo che questo sia il momento più nerd degli ultimi miei…boh, 35 anni. Perchè è vero che sono andato in Normandia per cercare una scogliera dipinta in un quadro due secoli fa, ma quello più che altro è da malati de mente. Invece fare la foto dove han girato le scene di un telefilm, è proprio il primo stadio della nerditudine, e non credo di seguirne altri. Bello però, anche se Cersei chiaramente non c’è. Dopo Ennio Morricone è il secondo personaggio hollywoodiano che mi da buca.

E’ l’ultimo atto. Al porto una nave attende anche me. Non per Le Terre del Sole, ma del sole, mare e ventu.

Dal ponte del traghetto vedo allontanarsi le ultime propaggini delle montuositá che sempre mi hanno accompagnato in questo viaggio: da Vukovar a Srebrenica, a Sarajevo e Mostar. I luoghi di una guerra fratricida che a vent’anni di distanza sembra aver segnato questi popoli per sempre.

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