Firenze. Storie d’amore di poeti, duchi e fantasmi – 1

Viaggio nei luoghi dell’arte…a Firenze! Mi sembra un’ottima idea. Pratica soprattutto. Però pensavo che dovessi scrivere l’articolo di un blog, non un volume dell’enciclopedia Treccani. La prossima puntata cosa sarà? Viaggio nei luoghi del cinema…a Hollywood?

Amici, vi presento la mia salute mentale. In effetti mettere ordine all’infinità di storie scovabili nella città che fu di Giotto, Donatello, Michelangelo e Brunelleschi, sarebbe un’impresa non da poco, e giustamente essa si preoccupa. Ma c’è una soluzione per tutto: basta parlare d’altro! Niente luoghi dell’arte stavolta, andremo invece sulle tracce di storie d’amore bizzarre, che in qualche modo hanno lasciato il segno in questa città.

    Per fortuna non sono da solo. Gli amici di questa giornata in riva all’Arno faranno un sacco di foto che torneranno molto utili. Tipo questa.

    testa toro

    Siamo a Santa Maria del Fiore, lato Nord. Dopo aver ammirato la facciata, e il Battistero, la voglia di salire sulla Cupola vien di conseguenza. Diciamo che con un po’ di fortuna, dopo una mezz’oretta di coda, si dovrebbe arrivare in vista dell’entrata da cui poi si accede alla prima rampa di scale, e insomma, nell’attesa incolonnati sarebbe utile ascoltare o leggere qualcosa. Magari la storia della Cupola!

    Giusto, solo che io non la conosco. O meglio, la conosco sicuramente meno bene di Wikipedia o di una qualsiasi guida di Firenze… in compenso conosco la storia di quella testa di toro. Volete mettere?

    T’amo, o pio bove

    Bene, pare che ai tempi della costruzione del Duomo, attorno al 1400, nell’adiacente Via Ricasoli, vivesse un sarto molto geloso della bella moglie, che infatti teneva relegata in casa, al primo piano, preoccupato dell’andirivieni di operai e artigiani. Con l’innalzarsi delle impalcature, però, anche la casa del sarto divenne visibile, e così un capomastro scorse la bella moglie e se ne innamorò. Ricambiato, evidentemente, perché un giorno il sarto rincasò prima del tempo (mai farlo!), e scoprì che tante precauzioni erano state vane.

    Denunciata la tresca al Tribunale Ecclesiastico, i due fedifraghi furono costretti ad interrompere la relazione. Ed ecco allora la vendetta del capomastro assumere le sembianza di una testa di toro collocata sotto al cornicione, in prossimità del tamburo, con le corna rivolte ad imperituro scherno verso la finestra del sarto.

    Come sempre, esiste anche una ricostruzione più noiosa: la testa non sarebbe di un toro, ma di una mucca o tutt’al più di un bue, e costituirebbe allora un omaggio alle bestie che contribuirono con il trasporto dei materiali alla costruzione del Duomo. Sì, potrebbe essere, però che dirvi, a me quello sembra proprio il muso di un toro!

    In tutto questo, alla fine sulla Cupola non saliamo. Giriamo invece attorno alla zona absidale e raggiungiamo lo spazio tra il Campanile di Giotto ed il fianco meridionale della cattedrale, proprio dove un tempo si trovava il Cimitero del Duomo, e dove venne sepolta nell’inverno 1396 una fanciulla di nome Ginevra.

    Lo strano caso di Ginevra degli Amieri

    Era Ginevra una ragazza appartenente all’antica famiglia degli Amieri, che amava ricambiata da tempo un giovane chiamato Antonio Rondinelli. Come spesso accade in questi casi però, Amieri e Rondinelli erano famiglie rivali, e quando il padre di Ginevra scoprì la storia d’amore, non volle sentire ragioni e sposò la figlia ad un mercante di nome Francesco Agolanti. Sia stata una delle periodiche epidemie, sia stato il mal d’amore, qui le versioni discordano, Ginevra cominciò presto a deperire, finché un giorno d’ottobre del 1396 si accasciò a terra per non rialzarsi più. La sfortunata innamorata venne allora portata nella sepoltura di famiglia che si trovava nel cimitero del duomo in prossimità della porta laterale.

    Piazza CampanileEd eccoci allora qui, nello stesso luogo, a tornare con l’immaginazione ad una notte di secoli fa. Certo, un cimitero non è mai un posto molto allegro, di notte poi… soprattutto se ad un certo punto si sente anche il rumore di una lapide che viene spinta dall’interno, e poco dopo una sagoma evanescente comincia ad aggirarsi tra le tombe…

    Oh Maria Vergine, un miracolo? Un rito Vodoo? Uma Thurman? No, signori, questo è un chiaro caso di malasanità! Ginevra, probabilmente vittima di una forma di epilessia, è stata data per morta senza esserlo davvero! Ed ora, ripresi i sensi, e fuggita dalla tomba, è comprensibilmente in cerca d’aiuto. E noi a questo punto le andiamo dietro.

    Allora, la via più breve per raggiungere la casa degli Agolanti, era attraversare una viuzza che si apriva sul lato sud della piazza e che ora si chiama Via del Campanile. Per secoli però venne chiamata Via della Morta, proprio per ricordare il passaggio di Ginevra verso l’attuale Via della Oche; è proprio all’angolo tra quest’ultima e la centralissima Via dei Calzaiouli che stava infatti il palazzo dell’Agolanti. Dove ora sta Bata insomma (e cos’altro poteva starci, in via dei Calzaiuoli?).

    Qui la giovane bussò ed invocò il nome del marito. Quando questi si affacciò alla finestra e vide la figura della moglie seppellita il giorno prima, probabilmente al cimitero rischiò di finirci lui per davvero dallo spavento. Chiuse in fretta le finestre e cominciò a pregare per quello spirito.

    colonna abbondanza

    La povera Ginevra si diresse allora verso la casa dei genitori che stava in un quartiere tra via Calimala e via Pellicceria, nei pressi del Mercato Vecchio, ed era circondato da due torri, una delle quali era ancora visibile fino al secolo scorso. Poi tutto il quartiere venne abbattuto e trasformato in Piazza della Repubblica. Unico ricordo del vecchio mercato è la Colonna dell’Abbondanza con i suoi due anelli di ferro. Ad uno era appesa la campana per segnare la fine delle contrattazioni.

    Ah, come alla Borsa?

    Esatto. All’altro invece veniva agganciato il giogo con i mercanti disonesti, e questo alla Borsa di oggi non c’è, e sarebbe molto più utile.

    Comunque, immaginiamo la nostra Ginevra qui nei paraggi, davanti al palazzo degli Amieri a chiedere aiuto. Invano: anche la sua famiglia la credette una creatura spiritica da tenere il più lontano possibile. Sconsolata, ricominciò a vagolare sino al sagrato della Chiesa di San Bernardo, la cui antica esistenza è ricordata da una targa alla destra dell’Hotel Calzaiuoli. Fu qui che ricordò il suo antico amore e decise di andare a bussare alla porta dei Rondinelli. C’è da dubitarne? Antonio, superato lo sbigottimento iniziale, scese in strada e riconosciuta senza dubbio l’amata la soccorse e l’accolse in casa.

    E qui viene il bello. Quando il marito venne a sapere che la moglie era viva e vegeta, per di più a casa del suo ex, si fece avanti per riaverla indietro. (O per lo meno che gli dessero un indennizzo, che diamine.) Si rivolse così al Vicario del Vescovo, che studiò la questione e concluse che la giovane era stata ritenuta morta da tutti: il marito, la famiglia, i medici, il prete. Nessuno aveva avanzato dubbi. Quindi era da considerarsi morta, e tutti i vincoli contratti in vita sciolti. Quella uscita dalla tomba era insomma un’altra persona, e per questo libera di sposare chi avesse voluto, ad esempio il Rondinelli, e vivere così felice e contenta.

    Ora, io non ho potuto visionare i registri del Tribunale Ecclesiastico del ‘300, ma le fonti che ho consultato riportano che il processo vi è stato davvero ed i personaggi sono realmente esistiti. Quindi la domanda è: com’è possibile che da allora nessun altro a Firenze abbia pensato a questa soluzione per risolvere tanti matrimoni infelici? Una notte al cimitero e via: ciao caro, stammi bene, ti mando una cartolina! Il vero mistero è questo, mica come abbia fatto Ginevra a spostare da sola la lapide!

    A presto con la seconda parte, con la storia di tre poeti innamorati ed un giallo del Rinascimento risolto nel 2007.

    Si ringraziano per le fotografie: Wikimedia Commons e Federica Cammarata.

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