Lo strano caso di Ginevra degli Amieri

Firenze, un giorno di primavera. Siamo a Santa Maria del Fiore, lato Nord. Dopo aver ammirato la facciata, e il Battistero, la voglia di salire sulla Cupola vien di conseguenza. Diciamo che con un po’ di fortuna, dopo una mezz’oretta di coda si dovrebbe arrivare in vista dell’entrata da cui poi si accede alla prima rampa di scale, e insomma, nell’attesa incolonnati sarebbe utile ascoltare o leggere qualcosa. Magari la storia della Cupola!

testa toro

Giusto, solo che io non la conosco. O meglio, la conosco sicuramente meno bene di Wikipedia o di una qualsiasi guida di Firenze… in compenso conosco la storia di quella testa di toro. Volete mettere?

T’amo, o pio bove

Bene, pare che ai tempi della costruzione del Duomo, attorno al 1400, nell’adiacente Via Ricasoli, vivesse un sarto molto geloso della bella moglie, che infatti teneva relegata in casa, al primo piano, preoccupato dell’andirivieni di operai e artigiani. Con l’innalzarsi delle impalcature, però, anche la casa del sarto divenne visibile, e così un capomastro scorse la bella moglie e se ne innamorò. Ricambiato, evidentemente, perché un giorno il sarto rincasò prima del tempo (pessima idea anche nel Medioevo), e scoprì che tante precauzioni erano state vane.

Denunciata la tresca al Tribunale Ecclesiastico, i due fedifraghi furono costretti ad interrompere la relazione. Ed ecco allora la vendetta del capomastro assumere le sembianza di una testa di toro collocata sotto al cornicione, in prossimità del tamburo, con le corna rivolte ad imperituro scherno verso la finestra del sarto.

Come sempre, esiste anche una ricostruzione più noiosa: la testa non sarebbe di un toro, ma di una mucca o tutt’al più di un bue, e costituirebbe allora un omaggio alle bestie che contribuirono con il trasporto dei materiali alla costruzione del Duomo. Sì, potrebbe essere, però che dirvi, a me quello sembra proprio il muso di un toro!

In tutto questo, alla fine sulla Cupola non saliamo. Giriamo invece attorno alla zona absidale e raggiungiamo lo spazio tra il Campanile di Giotto ed il fianco meridionale della cattedrale, proprio dove un tempo si trovava il Cimitero del Duomo, e dove venne sepolta nell’inverno 1396 una fanciulla di nome Ginevra.

Ginevra degli Amieri e la malasanità medievale

Era Ginevra una ragazza appartenente all’antica famiglia degli Amieri, che amava ricambiata da tempo un giovane chiamato Antonio Rondinelli. Come spesso accade in questi casi però, Amieri e Rondinelli erano famiglie rivali, e quando il padre di Ginevra scoprì la storia d’amore, non volle sentire ragioni e sposò la figlia ad un mercante di nome Francesco Agolanti. Sia stata una delle periodiche epidemie, sia stato il mal d’amore, qui le versioni discordano, Ginevra cominciò presto a deperire, finché un giorno d’ottobre del 1396 si accasciò a terra per non rialzarsi più. La sfortunata innamorata venne allora portata nella sepoltura di famiglia che si trovava nel cimitero del duomo in prossimità della porta laterale.

Piazza Campanile

Ed eccoci allora qui, nello stesso luogo, a tornare con l’immaginazione ad una notte di secoli fa. Certo, un cimitero non è mai un posto molto allegro, di notte poi… soprattutto se ad un certo punto si sente anche il rumore di una lapide che viene spinta dall’interno, e poco dopo una sagoma evanescente comincia ad aggirarsi tra le tombe!

Un miracolo? Un rito Vodoo? Uma Thurman? No, signori: semmai un chiaro caso di malasanità! Ginevra, probabilmente vittima di una forma di epilessia, venne data per morta senza esserlo davvero! E una volta ripresi i sensi, uscita dalla tomba, si mise comprensibilmente in cerca d’aiuto.

Andiamole dietro. La via più breve per raggiungere la casa degli Agolanti, era attraversare una viuzza che si apriva sul lato sud della piazza e che ora si chiama Via del Campanile. Per secoli però venne chiamata Via della Morta, proprio per ricordare il passaggio di Ginevra verso l’attuale Via della Oche; è proprio all’angolo tra quest’ultima e la centralissima Via dei Calzaiouli che stava infatti il palazzo dell’Agolanti. Dove ora sta Bata insomma (del resto, in via dei Calzaiuoli…).

Qui la giovane bussò ed invocò il nome del marito. Quando questi si affacciò alla finestra e vide la figura della moglie seppellita il giorno prima, probabilmente al cimitero rischiò di finirci lui dallo spavento. Chiuse in fretta le finestre e cominciò a pregare per quello spirito.

colonna abbondanza

La povera Ginevra si diresse allora verso la casa dei genitori che stava in un quartiere tra via Calimala e via Pellicceria, nei pressi del Mercato Vecchio, ed era circondato da due torri, una delle quali era ancora visibile fino al secolo scorso. Poi tutto il quartiere venne abbattuto e trasformato in Piazza della Repubblica. Unico ricordo del vecchio mercato è la Colonna dell’Abbondanza con i suoi due anelli di ferro. Ad uno era appesa la campana per segnare la fine delle contrattazioni.

Ah, come alla Borsa?

Esatto. All’altro invece veniva agganciato il giogo con i mercanti disonesti, e questo alla Borsa di oggi non c’è, e sarebbe molto più utile.

Epilogo

Comunque, immaginiamo la nostra Ginevra qui nei paraggi, davanti al palazzo degli Amieri a chiedere aiuto. Invano: anche la sua famiglia la credette una creatura spiritica da tenere il più lontano possibile. Sconsolata, ricominciò a vagolare sino al sagrato della Chiesa di San Bernardo, la cui antica esistenza è ricordata da una targa alla destra dell’Hotel Calzaiuoli. Fu qui che ricordò il suo antico amore e decise di andare a bussare alla porta dei Rondinelli. C’è da dubitarne? Antonio, superato lo sbigottimento iniziale, scese in strada e riconosciuta senza dubbio l’amata la soccorse e l’accolse in casa.

E qui viene il bello. Quando il marito venne a sapere che la moglie era viva e vegeta, per di più a casa del suo ex, si fece avanti per riaverla indietro. (O per lo meno che gli dessero un indennizzo…) Si rivolse così al Vicario del Vescovo, che studiò la questione e concluse che la giovane era stata ritenuta morta da tutti: il marito, la famiglia, i medici, il prete. Nessuno aveva avanzato dubbi. Quindi era da considerarsi morta, e tutti i vincoli contratti in vita sciolti. Quella uscita dalla tomba era insomma un’altra persona, e per questo libera di sposare chi avesse voluto, ad esempio il Rondinelli, e vivere così felice e contenta.

Ora, io non ho potuto visionare i registri del Tribunale Ecclesiastico del ‘300, ma le fonti che ho consultato riportano che il processo vi è stato davvero ed i personaggi sono realmente esistiti. Quindi la domanda è: com’è possibile che da allora nessun altro a Firenze abbia pensato a questa soluzione per risolvere tanti matrimoni infelici? Una notte al cimitero e via: ciao caro! Il vero mistero è questo, mica come abbia fatto Ginevra degli Amieri a spostare da sola la lapide!

A presto con la seconda parte, con la storia di tre poeti innamorati ed un giallo del Rinascimento risolto nel 2007.

    Una risposta a “Lo strano caso di Ginevra degli Amieri”

    1. Emanuele Barletti dice:

      Sto cercando la seguente citazione da Elizabeth Barrett Browning. chi mi sa dire dove è pubblicata. Grazie, Emanuele Barletti
      Bella giace la città lungo l’ampia vallata, cattedrale, torre e palazzo, piazza e strada, il fiume trascinandosi attraverso tutto come una corda d’argento, sia prima che dopo, per tutta la distesa di terra, i cui declivi sono cosparsi di fattorie e bianche ville. Contemplo in speranza questa dorata sponda dell’Arno mentre esso si distende per il cuore di Firenze sotto i suoi quattro ponti, curvi ponti che sembrano tesi come archi»

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