Il Big Sur. La strada verso il nulla o i leoni marini.

blog-img_20160915_083120586effetto La prima cosa da non fare sulla Highway 1, è guidare quando si ha fretta o un appuntamento. Perché per decine di miglia, la tentazione sarebbe di inchiodare i freni alle ruote e accostare ogni volta che la strada sembra consentirlo. Anzi, all’inizio si proverebbe ad ammirare il paesaggio e guidare contemporaneamente, ma poi basta, perché alla vita in fondo teniamo tutti.

Noi a dire il vero l’appuntamento ce l’avremmo con Ridgecrest, centinaia di miglia ad est, all’imbocco della Valle della Morte, entro sera. Ma Google Maps mi ha mostrato che a un certo punto c’è una strada che svolta a sinistra, scavalla le colline e raggiunge la rapida Freeway, per cui siamo a posto, stiamo tranquilli…

La nebbia agli irti colli

Il nome Big Sur è un raro esempio di felice crossover linguistico. Furono infatti gli spagnoli che, dopo aver fondato Monterey più a nord, chiamarono la regione selvaggia che si estendeva verso sud: el paìs grande del Sur. Poi arrivarono gli americani, e dovettero pensare che lasciarle lo stesso nome no, tanto valeva lasciarla agli spagnoli, ma Big South sembrava il nome di un panino di McDonald e Grande South il nome di un capo indiano. Big Sur invece suonava bene che tanto nessuno ci avrebbe mai abitato in quel posto.

Parliamo di una regione in cui le colline sembrano accartocciarsi in riva all’oceano, come se qualcuno le avesse spinte verso l’acqua e loro avessero puntato i piedi. O come se vi fosse stata una sfida preistorica tra la Terra e il Mare, e il Mare avesse sbaragliato l’invasione sui suoi confini. Una regione quindi che non prestava alcun attracco per i galeoni spagnoli, e impervia da esplorare via terra per la ripidità delle colline. Il risultato è che fino al ‘900 non esisteva alcuna strada e la stessa corrente elttrica arrivò tipo negli anni ’20.

Il Big Sur moderno nacque allora solo negli anni ’30, quando con il New Deal venne costruita la Highway 1, che è uno dei pochi casi in cui l’opera dell’uomo si fonde in modo armonioso con la natura. Forse perché in sostanza è rimasta l’unica. Ancora oggi l’uomo in questa regione è questa strada che taglia a metà la scogliera, ora scendendo fino a sfiorare l’acqua, ora innalzandosi fino ai mille metri e oltre.

E torniamo a noi e al nostro piano di arrivare qui il primo giorno, per le foto con il tramonto sul mare.

blog-img_20160915_100323863effettoLa mattina dopo siamo qui, ma non è stato un male. Avremmo perso uno spettacolo: la nebbia che al mattino si alza dall’oceano e lambisce le scogliere. A sinistra la cresta delle colline a lungo popolate di sequoie, a destra gli scogli a picco sul mare, e davanti una lingua di asfalto che curva e avvolge le rocce, e in lontananza si tuffa nella nebbia, in alcuni tratti sembrerebbe quasi nel nulla: il Big Sur è questo. Con in più, a renderlo unico, il fragore dell’oceano. Noi siamo italiani, non è che non abbiamo mai visto il mare. Qualcuno arrivato qui potrebbe anche dire che in Sicilia, in Sardegna, in Puglia, l’acqua è più bella. Sarà magari più pulita, più trasparente, ma l’acqua dell’Oceano non dev’essere trasparente, non è mica una piscina. L’acqua dell’Oceano dev’essere blu. Non azzura. Blu.

Il richiamo della foresta anzi no.

Un posto così bello e solitario e così vicino a una metropoli come San Francisco, non poteva non diventare meta di artisti, santoni, border line vari. Vicino al Brixi Canion, c’è la capanna in cui Jack Kerouac venne a vivere e fece vivere il suo alter ego più vicino, Jack Duluoz,  il protagonista di Big Sur. Ovvero uno scrittore che incapace di conciliare l’immagine pubblica di hipster di successo con la bruttura della sua reale esistenza di alcolista, fugge da New York e cerca rifugio a più riprese nella solitudine del Big Sur. Magnificandone la tranquillità, la capacità di rimetterlo in pace con il mondo. All’inizio.

E però poi torna. Torna a San Francisco. E infine a New York. Per questo il libro è bello, vero, superiore ad ogni stereotipo on the road. Perché la natura è meravigliosa. Ma al di là della retorica sulla fuga nelle terre selvagge, sul disprezzo per la civiltà borghese, noi non siamo (più) fatti per vivere nella natura. Come in una sorta di romanzo di Jack London al contrario, l’uomo sente irresistibile il richiamo delle città, le ha inventate lui. Anche quando le odia, anche quando sa che lì non può che completarsi il proprio drammatico destino, non può fare a meno di tornare.

blog-img_20160915_115352126-effettoIn tutto questo, quando a destra si scorgono distese di leoni marini che prendono il sole, il Big Sur è finito.

(ma a metà strada, non dovevamo girare per quella stradina verso che tagliava verso sinistra? ah sì, quella. Va beh. Alla Death Valley ci arriveremo comunque.

Prima o poi)

le foto relative al Big Sur sono su Tumblr

Una risposta a “Il Big Sur. La strada verso il nulla o i leoni marini.”

  1. Poi abbiamo ridimensionato il concetto di stradina e deviazione.

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