Con i fari puntati verso l’alba. (e la Death Valley)

Deserto della California, ore 4.45. Una Ford Focus bianca sfreccia nella notte. Le due persone a bordo sperano che la polizia sia a dormire, che i coyote che di volta in volta attraversano la luce dei fari abbiano un santo in paradiso, che l’ultima parte di sterrato sia ormai alle spalle, e che anche il sole sia in ritardo.

Shakedown 1979

strada-notteL’idea di vedere l’alba a Zabriskie Point, nel cuore della Death Valley, è stata mia. Grande. Ma anche fermarsi a dormire a due ore di macchina dalla Death Valley, è stata un’idea mia, e questa forse parrebbe un po’ meno vincente, visto la sfida contro il tempo che ci sta costringendo a ingaggiare lungo strade mai viste. Ma proprio quando sarei sul punto di assumermi le mie responsabilità, mi rendo conto di quanto invece abbiamo fatto ancora una volta centro!

Perché questa corsa nella notte attraverso il deserto, con la sagoma dei monti disegnata dagli ultimi bagliori della luna, e le tenebre innanzi illuminate dai fari puntati verso l’alba, proprio come in una canzone degli Smashing Pumpkins di quando eravamo giovani e belli, non sarà un ricordo che il tempo cancellerà molto presto.

L’unica cosa che stona in questo grande affresco tardo romantico, è il cambio automatico. Emozionante come guidare un Ciao. Però in discesa fa un ottimo lavoro, questo va detto, e quindi dopo aver scollinato l’ultima altura possiamo piombare nella valle come sopra ad un ottovolante.

Alle ore 6.45 la Ford Focus bianca frena all’altezza di Zabriskie Point. E il sole non è ancora sorto.

zabriskie-point-alba-bCome si vede, uno non può avere delle buone idee che subito gli altri te le copiano. (Noi a dire il vero saremmo quelli arrivati dopo, ma non importa…) Del resto, sono pochi i luoghi più suggestivi di questa distesa di rocce ondulate come dune pietrificate. La scienza ci racconta che furono i fiumi a scavarle così millenni fa, e a cristallizzarle nel tempo, ma è più bello immaginare che su una distesa di sabbia abbia soffiato un giorno un vento gelido rendendole eterne.

Sia come sia, l’alba diventa allora il momento in cui la luce e le ombre creano disegni animati sulle rocce ricurve, ed è proprio qui che Antonioni fa arrivare i protagonisti di Zabriskie Point nel loro tentativo di fuga dalla città.

La chitarra di Jerry Garcia

Quando Michelangelo Antonioni decise di ambientare gran parte del suo film americano nella Valle della Morte, andò alla ricerca di una colonna sonora che si adattasse alle immagini desertiche della pellicola. Alla fine rimasero scoperte tre scene, e pensò di chiedere un commento sonoro adeguato ai Pink Floyd, di cui aveva apprezzato Ummagumma. I Pink Floyd gli proposero allora di suonare in tutto il film, e lui accettò.

Poi però, di tutto il materiale prodotto, utilizzò solo tre brani. Con due importanti risultati: far nascere uno di quei lost album che tanto intrippano i feticisti rock, e regalare agli spettatori del film la chitarra di Jerry Garcia, anziché quella di David Gilmour…

Che poi, lo ammetto, la musica dei Pink Floyd sulla scena finale è perfetta. Ma qui, in quella che è diventata nota come Love Scene, Garcia dà il suo meglio. Improvvisata live mentre venivano proiettate in loop le immagini del film, questa fantasia chitarristica riassume al meglio lo stile di uno dei protagonisti della grande stagione del rock di San Francisco. Chitarra acida, acuti lancinanti, l’atmosfera onirica e desertica. Proprio quello che Antonioni cercava.

Jerry Garcia, un nome che incontreremo ancora in questo viaggio. Più avanti. Per ora dobbiamo cominciare a muoverci perché vorremmo essere fuori dalla valle prima che il sole sia a picco. E io devo andare a vedere il posto in cui Claudio Amendola e Marco Caroli hanno giocato a calcio. (non contemporaneamente)

Rumore bianco a Badwater Basin

Badwater Basin è la depressione salina che con i suoi 86 metri sotto al livello del mare, rappresenta il punto più basso del Nordamerica ed il punto in cui solitamente si registrano le temperature più alte. Fino a 45° C in questa stagione. Tuttavia, arrivare nelle primissime ore del mattino consente di inoltrarsi anche per diversi chilometri al suo interno senza correre particolari rischi. Fondamentale, per cogliere appieno la sconfinata desolazione di questa distesa salata.

badwater-basinLentamente il mio compagno di viaggio, quello impegnato a far le foto serie, mi raggiunge. Ci guardiamo, e la prima cosa che ci diciamo, all’unisono è: l’hai sentito? Il silenzio? 

Sono già stato in posti isolati, lontani dalla civiltà, ma un silenzio così totale non l’ho mai sperimentato. Ad un certo punto sembra di sentire il frusciare dei propri timpani. Ho anche provato a registrarlo, il silenzio, ma la maledetta tecnologia mi fa riascoltare solo una scarica di rumore bianco. A casa proverò ad ascoltarlo al contrario, hai visto mai…

Comunque, la tentazione di raggiungere il lato opposto è forte, sembra così vicino. Poi però guardiamo dove abbiamo lasciato le macchine e sembra ancora più vicino, e invece è già un’ora che camminiamo… E quindi forse è il caso che torniamo.

Tavolozze d’artista

Per un bizzarro scherzo geologico, in questa valle simbolo dell’aridità e della desolazione, compaiono ad un certo punto delle rocce che hanno dei colori. Verde, viola, oro, rosso, azzurro. Fossimo arrivati da San Francisco negli anni ’60, fossimo i Grateful Dead, una spiegazione poco geologica e molto psichedelica ci sarebbe. E invece no. Sono fatte proprio così.

artist-paletteDa lontano sembra che qualcuno si sia divertito a stendere grandi campate di colore su grandi pareti rocciose. Ma se ci si avvicina, ci si accorge che quelle che da lontano sembrano pareti omogenee, sono invece un susseguirsi di piccoli canyon, rocce zoomorfe, pinnacoli e guglie tutti di colori diversi. Purtroppo il sole alto in qualche modo non esalta, tende ad appiattire tutto, diminuisce il contrasto, per dirla con photoshop. Serve una luce più tenue. L’alba, o meglio ancora il tramonto. Quando la luce già di per sè trasognante deve creare qui un caleidoscopio di colori unico. Peccato, sarà per la prossima volta.

Nel frattempo nella nostra Ford Focus dev’essersi annidato un poltergeist che accende la radio anche quando la spegniamo o togliamo le chiavi. E capiamo che è arrivato il momento di allontanarci.

Un’altra valle ci aspetta. Si dice che vi siano i blocchi di granito più alti del mondo. Noi siamo cresciuti all’ombra delle Dolomiti, e vogliamo andare a vedere. E io dopo le balene, le orche, i leoni marini, le aquile e i pellicani, sogno di vedere un orso.

Una risposta a “Con i fari puntati verso l’alba. (e la Death Valley)”

  1. E scritta così non servirebbero nemmeno le foto. Però ne ho una presa in corsa dall’auto che da l’idea di fretta e fuga.

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