Transilvania – 3. Sibiu, o le case hanno gli occhi.

Al mio arrivo a Sibiu, una pioggia sferzante e raffiche di vento gelido hanno svuotato le strade. Un peccato, perché il centro della cittadina veniva descritto molto movimentato di locali e musica. Dopo la bella esperienza di Brasov quindi sono costretto a rinunciare alla movida transilvana e a dirigermi presto verso il mio alloggio. Fortuna che proprio qui ho trovato una stanza accogliente, di gusto molto retrò, che quasi pare invitare a sedersi al tavolino a scrivere a lume di candela. E così faccio.

Sibiu, la mitteleuropea.

All’indomani, il cielo appare decisamente più invitante e mi dirigo allora verso la città alta, dove la chiesa evangelica, una costruzione gotica che risale al XV secolo, sembra dominare tutte le altre. La piccola piazza antistante (Piata Hauet) ospita quel giorno un mercatino di prodotti della campagna, e il tutto crea un’atmosfera d’altri tempi, all’ombra della torre campanaria di 73 metri, la più alta della Romania. Salendo le ripide scale a chiocciola si giunge oltre le gigantesche campane, su fino a quattro piccole torrette da cui si apre la vista su tutta la città.

Vista dall’alto, Sibiu non sembrerebbe diversa dalle altre città incontrate qui in Transilvania. Verso la periferia si scorgono i casermoni degli anni del socialismo reale che circondano la parte residenziale più antica, con le case basse e i tetti spioventi caratteristici visti anche a Sigishoara. Il cuore è la città alta, con i palazzi e  le chiese più importanti, ed è qui che noto qualcosa di diverso: qualcosa che è il caso di andare a vedere da vicino.

Muovendo dalla chiesa evangelica si può sbucare rapidamente in Piata Mare. Il colpo d’occhio che offre questa piazza è spettacolare. Si affacciano sul suo perimetro i palazzi più belli: il Museo Brukenthal, il Municipio, la Torre del Consiglio, la Casa Blu. E ora l’impressione che si era avuta dall’alto viene ancora di più confermata.

I colori pastello degli edifici, le geometrie delle decorazioni, gli stucchi sulle facciate: qui non è che si nota una certa influenza mitteleuropea incontrare il gusto dell’europa orientale o addirittura della Turchia, come visto ad esempio a Brasov. No no, qui ci siamo praticamente teletrasportati in Baviera. Ancora una volta troviamo tracce del mondo germanico in una terra che sarebbe piuttosto circondata dalle culture slave, ungheresi, ottomane. Che storia è questa?

I Sassoni di Transilvania

In breve. Nel Medioevo la Transilvania faceva parte dell’Ungheria, ma era continuamente meta di invasione e saccheggio da parte dei popoli confinanti: Tartari, Bulgari, Turchi. I re d’Ungheria tra il XII e il XIII secolo pensarono allora che qualcosa bisognava fare, ma cosa? Ci voleva qualcuno che organizzasse una difesa più efficiente, ma chi?

Beh-deve aver pensato qualcuno- chiamiamo i tedeschi: quelli si sa, quando si tratta di fare la guerra…

Fu così che cavalieri e soldati, artigiani e contadini, tutti provenienti da regioni del Sacro Romano Impero, vennero invitati in Transilvania come coloni, con il compito essenziale di proteggere il regno dagli invasori del sud e dell’est.

Con teutonica efficienza, in pochi decenni i “Sassoni” (così vennero chiamati dagli indigeni) crearono un sistema di cittadelle fortificate lungo tutto il confine. La più grande, la più ricca, che divenne per molto tempo la principale città della Transilvania, era Hermannstadt, che oggi conosciamo come Sibiu. E questo spiega molte cose, ad esempio come mai il Presidente stesso della Romania, già per anni sindaco di Sibiu, si chiami… Klaus.

(La vicenda dei Sassoni di Transilvania ha vissuto poi una drammatica svolta nel ‘900, ma di questo diremo più avanti, perché è legata alla storia di un piccolo tesoro musicale.)

Il vento di Sibiu e il Ponte delle Bugie

Gironzolando per le strade che circondano la piazza grande ci si imbatte in un tratto di mura ancora intatto che restituisce chiaramente l’aspetto che doveva avere Sibiu quando rappresentava uno dei perni del sistema di difesa della regione: il Turnul Olarilor.

Le guide segnalano anche un altro punto di interesse: il Ponte delle Bugie. Si chiama così perché all’epoca sbagliarono a tradurlo dal tedesco, ma troverete spesso scritto che è legato invece a un’antica leggenda e pare che mentire a qualcuno mentre lo si attraversa provochi il crollo del ponte. Una leggenda piuttosto povera onestamente, tanto che scelgo di non cercarlo.

A questo punto però accade qualcosa. Ho già accennato al vento impressionante che ogni tanto si alza qui a Sibiu. Ebbene, non ha effetto solo sulle nostre facce! Avrete visto tutti almeno una volta una di quelle riprese del cielo fatte con il time-lapse per esaltare il movimento delle nuvole. Beh, qui il time-lapse non serve, ché spinte da questo vento, le nuvole si muovono a quella velocità. Il problema è che ora si muovono verso di noi. Ero sulla piazza grande con il cielo terso, e ora mi ritrovo con i primi goccioloni che già cadono. Per fortuna la via passa sotto ad un ponte e qui decido di fermarmi…

Grazioso, questo ponte in ferro battuto, assomiglia in modo impressionante a quel Ponte delle Bugie che avevo visto in foto…

Ecco, dicevamo che la leggenda è verosimilmente postuma, e io non sono nemmeno superstizioso. Però facciamo che adesso qui sopra non ci cammini nessun politico. E magari anche nessun commerciante, o nessuno di certi giornalisti che conosco…Facciamo che non ci passi nessuno, ecco. Almeno finché non smette di piovere.

Le case hanno gli occhi

La via che passa sotto al Ponte delle Bugie è una di quelle che mette in comunicazione la città alta con la città bassa, dove poche ore prima avevo lasciato la macchina.

Basta trovarla. Mi ritrovo quindi a guardarmi attorno, a scrutare gli edifici per riconoscere qualche elemento familiare, qualche scorcio che mi aiuti a orientarmi. Ed ecco che scorgo una casa che sul tetto presenta due abbaini buffi che quasi sembrano due occhi. Una casa così particolare l’avevo già notata: potrebbe essere un buon indizio. Solo che…solo che ora che ci faccio caso, anche la casa accanto ha degli occhi, e anche quella di fronte. Comincio  a girare per queste strade con il naso all’insù. Occhi ovunque.

E la cosa inquietante è che sono quasi sempre due, e se sono  più di due, sui tetti più grandi, sono comunque disposti a coppie, quasi a simulare una piccola folla che scruta dall’alto. Che diavoleria è questa? Come a Shigishoara le case avevano cappellacci da stregone calati sulla fronte, qui a Sibiu hanno occhi che sembrano seguirti ovunque vai. In Transilvania le città, nei loro quartieri più antichi, sembrano animarsi. Come in una fiaba!

O come in un romanzo fantastico…

Dracula tra storia e mito – conclusioni

Eravamo rimasti a uno Stoker che ambienta il suo romanzo in Tirolo, forse seguendo una tradizione letteraria che per tutto il XIX secolo aveva visto il mondo tedesco, con le sue chiese, le sue foreste, i suoi castelli, come l’ambientazione ideale per i romanzi gotici. A fine ‘800 però la Germania di Bismarck era ormai diventata molto diversa dalla patria dello Sturm und Drang di inizio secolo. Dove trovare allora una terra misteriosa, selvaggia, in Europa?

Nel 1885 in una rivista letteraria inglese comparve un giorno un articolo intitolato: Superstizioni della Transilvania, di Emily Gerard.

Emily Gerard era una scrittrice inglese andata in sposa a un ufficiale austriaco, che venne mandato di stanza a Sibiu per alcuni anni. Vivendo qui la Gerard descrisse la Transilvania, le sue genti, ma soprattutto il suo folklore. Ecco come esordiva quell’articolo sopra citato:

Transylvania might well be termed the land of superstition, for nowhere else does this
curious crooked plant of delusion flourish as persistently and in such bewildering variety.
It would almost seem as though the whole species of demons, pixies, witches, and hobgoblins,
driven from the rest of Europe by the wand of science, had taken refuge within this mountain
rampart, well aware that here they would find secure lurking-places, whence they might defy
their persecutors yet awhile.

Caso volle che anche Stoker collaborasse con quella rivista, e verosimilmente incuriosito da questo articolo, cominciò a documentarsi sulla Transilvania. Venne allora a conoscenza della storia di Vlad Tepes e soprattutto del suo soprannome: Dracula (figlio del Drago/Diavolo). Concluse che era molto più evocativo di Wampyr, e il resto lo conosciamo.

Dunque è vero, sarebbe stato bello che Stoker avesse concepito il suo romanzo ispirato dalla Transilvania e dalla figura di Vlad l’Impalatore. Non è così, ma ugualmente giunti qui respiriamo un’aria di mistero, pensiamo che dovessimo mai ideare una storia di vampiri, non potremmo trovare un posto migliore di questo. Curioso, non vi pare?

Beh, sappiamo ora che non è una pura combinazione. Altri viaggiatori hanno provato sensazioni simili quando sono giunti qui, le hanno descritte, ed è da queste che Stoker trasse ispirazione per spostare il suo romanzo dall’Austria alla Transilvania, la terra degli orsi e dei lupi, di laghi solitari, e dove le case sembrano prendere vita.

E così, anche stavolta, un cerchio si chiude.

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