Tra Portella della Ginestra, il Pelavet e il lago degli Albanesi

“Turiddu, perché dobbiamo sparare sulla povera gente?”

Avevo 10 anni circa e stavo leggendo uno degli ultimi volumi della “Storia d’Italia a Fumetti”, quella di Enzo Biagi, quando trovai per la prima volta la storia di Portella della Ginestra. Nella tavola che avevo di fronte, a parlare era Gaspare Pisciotta, mentre “Turiddu” era il suo capo, il famoso bandito Salvatore Giuliano. Quel che mi aspettavo a quel punto era una risposta da duro dei fumetti, come quelle dei banditi di Tex Willer. Invece risposta non ci fu, e quell’interrogativo rimase misterioso.

Molto tempo è passato da allora, e quel che ho imparato è  che a quella domanda con certezza non ha mai saputo rispondere nessuno.

Il primo mistero della storia repubblicana

Portella della Ginestra è una località tra i monti di Palermo che mette in comunicazione le vallate di San Giuseppe Jato e Piana degli Albanesi.
Il 1 maggio 1947, migliaia di contadini della zona si erano lì riuniti per celebrare la Festa del Lavoro e la vittoria delle sinistre alle elezioni regionali.

Il primo a prendere la parola fu un calzolaio di Piana, di nome Giacomo Schirò. Pochi secondi, il tempo di cominciare, e si sentirono i primi spari. Non tutti capirono. Molti pensarono a dei mortaretti, esplosi tanto per festeggiare.

Invece non era così. Dalla cresta del Pelavet, il monte che sovrasta il pianoro, per 10 minuti si susseguirono raffiche di mitragliatrice sparate sui manifestanti inermi. Quando la gente capì cosa stava succedendo, con gli uomini e i cavalli che cadevano a terra, già era tardi. Undici persone non si rialzarono più, altre tre morirono nei giorni successivi, due erano bambini.

Il colpevole della strage venne rapidamente identificato dalle autorità nel noto bandito Salvatore Giuliano, contro cui si aprì una caccia all’uomo tanto appariscente quanto sgangherata. Un giorno i carabinieri annunciarono di averlo catturato e ucciso nel corso di una sparatoria, che poi si scoprì non essersi mai verificata. Ad ucciderlo e a consegnarlo ai carabinieri per la messinscena(confessione sua) fu proprio Gaspare Pisciotta, e come scrisse Tommaso Besozzi titolando un articolo rimasto storico: “di sicuro c’è solo che è morto”.

Va bene, fu Giuliano a sparare. Ma resta quell’interrogativo iniziale: perché? E soprattutto: per conto di chi?

In sede giudiziaria, una verità sui mandanti non è mai stata non solo trovata, ma nemmeno cercata. Tuttavia la progressiva apertura degli archivi dei servizi segreti americani e britannici relativi agli anni della Guerra Fredda, permette ora di elaborare una ricostruzione abbastanza verosimile, che coinvolge elementi della DC espressione degli interessi dei grandi latifondisti, formazioni neofasciste e gli immancabili servizi segreti americani, per l’appunto. Tutti uniti dal comune obiettivo di annichilire le forze di sinistre nell’isola.

Resterebbero ancora molte cose poco chiare: il ruolo dello Stato italiano(quello di Roma), della mafia, e poi le responsabilità individuali, ma non credo sia questo il luogo in cui affrontare un ginepraio simile. Tanto più che per quanto intrigante, non è solo questo mistero che mi sta portando in questo luogo misconosciuto tra i monti di Palermo.

La strada verso il passo dove sbocciano le ginestre

Quel che ha scolpito Portella della Ginestra nel mio immaginario, è proprio il luogo fisico. Da quelle vignette di Enzo Biagi, al bianco e nero abbagliante del Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, alle immagini delle recenti commemorazioni, la mia attenzione è sempre stata catturata da quel monte, o per meglio dire, quella cresta che sovrasta ed incornicia la radura. Il profilo solitario e simmetrico delle rocce, frastagliato come la schiena di un dinosauro sembra disegnare la cavea di un teatro. Un po’ come in Incontri Ravvicinati del III Tipo, sapete, quando Richard Dreyfuss continua a vedere ovunque la sagome della Torre del Diavolo, così la solitudine di quello sperone di roccia mi è da tempo impressa nella testa.

Così eccoci qui, con il mare alle spalle, addentrarci gradualmente verso le montuosità dell’entroterra. A quest’ora del tardo pomeriggio, in questa stagione dell’anno, il paesaggio è proprio quello che il cinema di Germi, Rosi, Damiani, Tornatore ha associato indissolubilmente alla Sicilia. Infinite sfumature di giallo, ocra e terra di Siena dipingono i campi, e i fianchi brulli dei monti. Ogni tanto qualche distesa di vigneti addolcisce il paesaggio, mentre le trazzere che si aprono ai lati della strada sembrano porte verso tempi rimasti antichi.

Per raggiungere Portella della Ginestra occorre abbandonare bruscamente la statale per Palermo e inerpicarsi sul fianco del monte che incombe sulla destra. Poi, superato un bivio per San Giuseppe Jato, la strada sembra letteralmente uscire dal monte, sospesa nel vuoto, attraverso un viadotto spericolato che pare più la curva di un ottovolante. Da lì lo slancio per l’ultima rampa, poi la pendenza si addolcisce fino a quando davanti si apre la valle di Piana degli Albanesi. In primavera vedremmo il giallo intenso delle ginestre in fioritura. Perché Portella della Ginestra vuol dire questo: il passo (=portella, in siciliano) dove sbocciano le ginestre.

Il memoriale di Portella della Ginestra

Un muro a secco attraversa il pianoro come una lama seguendo la direzione degli spari. Attorno, undici massi alti da 2 fino a 6 metri sono disposti disordinatamente, a rappresentare gli undici caduti di quel giorno. Il memoriale è tutto qui. Eppure funziona. Camminare nel silenzio tra queste specie di menhir che sembrano esser lì da sempre, è effettivamente un’esperienza suggestiva. Perché il ricordo non viene “rinchiuso” in una struttura estranea all’ambiente circostante(pensiamo ai sacrari della Grande Guerra), ma viene fatto vivere in un monumento “aperto” e inserito nella natura, rimasta quella di allora. Diventa più facile allora, calpestando lo stesso prato bruciato dal sole, ripensare e rivivere quanto successo quel giorno.

Su un masso è scolpita la data dell’eccidio, su un altro l’elenco delle vittime, in altri troviamo una poesia in siciliano ed una in lingua Arberishe, ovvero una specie di albanese.

Dietro, a completare il tutto, la sagoma del monte Pelavet si staglia verso il cielo, e par quasi strano che non faccia anch’esso parte dell’opera. Questo monte siculo dal nome dolomitico, ha davvero quella forza scenografica che avevo sempre immaginato, come una lapide gigantesca conficcata sul suolo, a eterno ricordo di quel giorno, in cui “Turiddu” sparò sulla povera gente.

Il lago di Piana degli Albanesi e sua controversa geolocalizzazione

Per raggiungere in fretta Palermo, la via ideale sarebbe tornare indietro. Invece scendiamo verso Piana degli Albanesi, perché questo ormai è diventato un viaggio sulle tracce delle immagini della Sicilia che più mi hanno colpito, e una è proprio questa(non ricordo nemmeno come mi ci imbattei):

Non tanto per il lago, che già qui si intuisce essere più che altro una grande pozza d’acqua, ma per i monti, che scendono concordi come a uno specchio sulla sponda opposta. Quasi si ha l’illusione che il lago si spinga fino all’orizzonte per poi terminare in una fragorosa cascata, perché la luce là in fondo, sembra provenire dal basso. E cosa ci potrà essere oltre, là sotto, se non delle scogliere, e poi il mare?

Solo che ora sono qui davanti al lago, e qualcosa non mi torna. So che molti amici hanno delle riserve sul mio senso dell’orientamento, ma se io sono venuto da est e stavo al mare, e alle mie spalle c’è Palermo e quindi il nord, come fa laggiù a sud, ad esservi ancora il mare? Ho un atroce sospetto, e decido di non spingermi a guardare. Meglio conservare intatto questo parto della fantasia.

Storia curiosa degli Arbereshe, gli albanesi di Sicilia.

“Ah, ma non c’è mica il mare da quella parte.”

“Oh. Beh…ok”

La sera dopo gli amici palermitani a cena mi pongono di fronte alla cruda realtà. Capita. In compenso mi raccontano una storia curiosa. Infatti…perché quel paese si chiama Piana degli Albanesi, e perché al memoriale c’è una poesia scolpita in una lingua a me incomprensibile? (no, non il siciliano, un’altra ancora…)

Ebbene, nel XV secolo l’Albania rappresentava ancora uno degli avamposti cristiani verso est, ma dopo la morte di Giorgio Castriota Scanderberg, condottiero albanese che aveva resistito per anni ai Turchi, i Balcani meridionali vennero invasi. Cominciò allora l’esodo dall’Albania verso le coste meridionali dell’Italia. In particolare alcuni gruppi di mercenari albanesi vennero portati in Sicilia dal Re di Spagna Carlo V, sempre con il compito di combattere contro i Turchi, e da allora rimasero. Oggi sono concentrati in alcuni comuni tra cui il maggiore è Piana degli Albanesi.

Nei secoli gli albanesi di Sicilia, o Arberishe, hanno mantenuto lingua, religione e costumi d’origine, ma si sono ugualmente inseriti nelle vicende politiche e sociali dell’isola. Una storia simile a quella dei Sassoni di Transilvania, ricodate?

Uno di loro, Nicola Barbato( o Kola Barbati), fu tra i fondatori nel 1893 dei Fasci siciliani, un’organizzazione di stampo socialista che si batteva per una redistribuzione delle terre. La sua opera fu soprattutto quella di coinvolgere i contadini, portandoli a conoscenza dei loro diritti. O meglio, dei diritti che non avevano e per i quali avrebbero dovuto lottare. Per tutte queste attività venne anche processato e in due occasioni imprigionato.

Di solito radunava i contadini in una località chiamata Portella della Ginestra e soleva salire su un masso che da allora venne chiamato “il Sasso di Barbato”. Fu anche per ricordare la sua figura che il 1 maggio 1947, dopo gli anni del fascismo che aveva spostato la ricorrenza al 21 aprile, i contadini tornarono a radunarsi lì. E anche quel giorno un Arberishe di Piana degli Albanesi, il calzolaio Giacomo Schirò, salì su quello stesso masso per arringare la folla.

Poi, cominciarono gli spari, e la storia di quel luogo cambiò per sempre.

 

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