Tra Scopello e San Vito Lo Capo: la Riserva dello Zingaro

C’è un modo strano con cui le montuosità che dominano l’entroterra della Sicilia occidentale si allungano sino al mare. Perché non ci arrivano senza soluzione di continuità. Poco prima di giungere al mare si addolciscono, diventano colline o addirittura pianure. Quasi scompaiono. Poi, solo all’ultimo, ecco che riemergono e tornano a innalzarsi senza però formare un fronte compatto (come in Liguria ad esempio), ma una successione di capi e promontori: la Rocca di Cefalù, il Monte Pellegrino, Capo Gallo, il Monte di Cinisi, il Monte Cofano, il Monte Monaco.

Sembra che nel cuore della Sicilia riposino pietrificati enormi felini: come leoni o gattopardi, i cui corpi sono celati dalle nuvole e che allungano le proprie zampe verso la costa, dove i giganteschi artigli di pietra affondano nel mare. E tra le zampe proteggono città, baie e golfi.

In corrispondenza di uno di questi golfi gli antichi fenici fondarono una città e la chiamarono Panormus. Un po’ più a ovest invece, la Regione Sicilia pensò di costruire un’autostrada. Vediamo come andò a finire.

Breve storia della Riserva dello Zingaro

Negli anni 70 la giunta regionale siciliana aveva deliberato la costruzione di una litoranea tra Castellammare del Golfo a San Vito lo Capo: un tratto di costa che rappresentava un ecosistema ancora incontaminato per flora e fauna. Fin dall’inizio numerose associazioni ambientaliste si erano battute per impedire la realizzazione di quest’opera. Il grande timore era che la costruzione della strada avrebbe portato con sé una lottizzazione selvaggia ed una speculazione edilizia in tutta l’area. Del resto, il “sacco di Palermo” che aveva sepolto sotto una colata di cemento la Conca d’Oro, la vallata che già i viaggiatori del IV secolo a.C. avevano definito il “giardino di Sicilia”, si era concluso da poco.

Questa volta però, la battaglia riuscì davvero a fare breccia nella sensibilità pubblica degli abitanti. Così, la mattina del 18 maggio 1980, tremila persone marciarono pacificamente sulle pendici del Monte Spezialeper prendere simbolicamente possesso di quella terra. La chiamarono la Marcia dello Zingaro. Un evento insolito, a suo modo rivoluzionario, pensando al contesto storico sociale di quegli anni in Sicilia. Un anno dopo, nel maggio 1981, il consiglio regionale all’unanimità approvò l’istituzione della Riserva naturale orientata dello Zingaro, la prima area naturale protetta dell’isola.

Un’area naturale incontaminata

La Riserva dello Zingaro comprende dunque 1650 ettari di costa tra Scopello e San Vito Lo Capo, là dove il golfo è dominato dal Monte Speziale, un’altura che raggiunge i 900 metri di altezza sul livello del mare, e li raggiunge in fretta! perché le sue pendici salgono ripide direttamente dalle acque turchesi. L’area appare incontaminata, attraversata com’è unicamente da tre mulattiere sostanzialmente parallele, che costeggiano il mare a diverse altezze. Più in basso la sequenza di scogli e falesie è interrotta di quando in quando da piccole spiagge dai nomi misteriosi ma in qualche modo evocativi: Cala dell’Uzzo, Cala Tonnarella, Cala Marinella,…

Mi avevano consigliato di salire i monti che circondano San Vito lo Capo per la vista spettacolare sui golfi circostanti. Partendo da Scopello, l’idea era di percorrere nelle ore più fresche il sentiero alto, più impegnativo, arrivare a San Vito Lo Capo, mangiare e tornare indietro per il percorso costiero, scendendo a bagnarmi ogni tanto in qualche caletta. Purtroppo in agosto due spaventosi incendi hanno devastato la parte superiore della Riserva, che è stata così chiusa al pubblico. Non resta allora che percorrere sia all’andata che al ritorno il sentiero costiero, una soluzione di ripiego che come vedremo mi permetterà una curiosa scoperta.

Sulla natura e l’anti-esteticità dell’essere umano

Il sentiero costiero si snoda poco al di sopra di scogliere non troppo alte  ma impervie, ed è immerso nella tipica macchia mediterranea di arbusti e cespugli, ingentilita talvolta da gruppi di palme nane. Salendo con lo sguardo, le chiazze di verde si fanno sempre più rade, lasciando alle sommità una dominanza di grigio, ocra, terra bruciata. Non saprei dire quanto questo dipenda dagli incendi delle settimane precedenti. Certo, alcuni danni hanno interessato anche la parte bassa che ho attraversato.

Il mare resta comunque il grande protagonista del paesaggio della riserva. Una leggera insolita foschia attenua la nitidezza dei colori all’orizzonte, confondendo quasi mare e cielo, ma vicino alla costa l’azzurro riacquista tutta la sua intensità, subito prima di sfumare verso il turchese. Un mare che invoglia a tuffarsi senz’altro. Per raggiungerlo però è necessario percorrere dei ripidi e tortuosi sentieri che portano alle piccole calette della Riserva, calette che fino all’ultimo restano invisibili, salvo poi intravedersi tra i rami di un arbusto o le foglie di un agave, ed aprirsi infine sotto alle ultime rocce.

Le spiagge di ciottoli bianchi rendono l’acqua cristallina. Non è caldissima, anche perché i monti fanno ombra fino a mattino inoltrato, ma dopo alcune ore di cammino sotto il sole e con un vento secco ingannatore che asciuga il sudore, piombarci dentro da uno scoglio liscio come uno scivolo, è un’esperienza di rinascita che non dimenticherò.

Purtroppo verso mezzogiorno anche le spiagge più inaccessibili tendono a riempirsi di bagnanti, e parte dell’incanto si rompe. Perché quando gli scogli si ricoprono di asciugamani e l’acqua si riempie di materassini gonfiabili e gente in costumi sgargianti, purtroppo qualsiasi angolo di paradiso può diventare Jesolo. Siamo antiestetici, e non c’è niente da fare.

La grotta del Fico e il lato B dei monti

In prossimità della Cala dell’Uzzo raggiungo l’omonima grotta, nella quale sono stati rinvenuti reperti di insediamenti umani dell’età paleolitica. Quello che mi colpisce però è lo sperone di roccia che ci sta davanti. Alto qualche decina di metri, il suo versante meridionale è interamente coperto da fichi d’India. Uno spettacolo bizzarro, perché non se ne vedono poi molti, di fichi d’India, nel resto della riserva. Sembra si siano dati convegno proprio lì, su quella pietra, che alla fine sembra un fico d’India gigante, un fico d’India fatto di fichi d’India! Io ribattezzerei questo luogo la grotta del Fico. Tanto più che Uzzo non ha significato in siciliano. Ho indagato tra amici siciliani che hanno indagato tra i loro amici siciliani e i parenti che potete immaginare quanti possano essere e…niente, non lo conoscono.

La grotta del Fico resta il punto più a nord raggiunto. Rispetto alle previsioni iniziali, il percorso si è rivelato più impegnativo del previsto, e il tempo comincia a stringere, visto che alle nove di sera mi aspetta una biciclettata notturna a Palermo,e ancora devo passare per Portella della Ginestra, e poi riportare la macchina a Punta Raisi, e sono tipo le 16.00.

Tocca tornare per la stessa strada, ma è a questo punto che scopro una singolarità di questa riserva. Le pendici delle alture che dominano il sentiero presentano un aspetto diverso a seconda del versante da cui le si guarda. Camminando in direzione San Vito Lo Capo infatti, il profilo dei monti è assolutamente regolare fino a sfiorare la monotonia. Linee rette che scendono verso il mare una dopo l’altra quasi parallele. Ecco che invece girando i tacchi e percorrendo la stessa strada in direzione Scopello, quelle stesse pendici appaiono frastagliate, irregolari, tutte guglie e anfratti. La visione è molto più varia, e gradevole.

Insomma viene da concludere che il sentiero ha un senso di percorrenza, che mi sento di consigliare: ovvero da San Vito a Scopello. Un po’ come se nella Riserva i monti avessero un lato A e un lato B, e il lato B è il più bello da vedere.

Riflessioni tra la Sicilia e il Pacifico

Forse a qualcuno tutto questo potrebbe sembrare solo la storia del primo comitato anti-qualcosa in Italia. Io mi son fatto un’idea diversa. Non sfugga che la decisione di costruire la strada era stata presa proprio dall’assessorato al Turismo, segno di una mentalità dura a morire per la quale favorire il turismo significa solo trasformare il territorio con strutture ricettive e infrastrutture. “Chissà quanti siciliani avrebbero potuto lavorare con i servizi nati attorno a quella strada…”, “che occasione persa…”, etc etc.

Più di trent’anni dopo i numeri raccontano una storia diversa. Nel 2015 la Riserva dello Zingaro ha accolto più di 300.000 visitatori, quasi quanto la Valle dei Templi ad Agrigento, e incassato quasi un milione di euro. A testimoniare che con la conservazione e la valorizzazione dell’ambiente si possono fare affari e pensate un po’: perfino guadagnare dei soldi.

Questa vicenda a me ha ricordato in parte la storia del Big Sur. Ovviamente là siamo in America, per cui i km di costa non sono 7 ma 400 , e il mare è un Oceano. Anche in quel caso però ci fu una battaglia per preservare il più possibile un ambiente selvaggio e incontaminato, e quella del Big Sur è tuttora l’unica strada negli Stati Uniti senza cartelloni pubblicitari ai lati, e basta allontanarsi di qualche metro per vederla inghiottita.

Ho citato più volte Scopello. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma la tonnara? Ci sono stato (più o meno), ma sapete, c’è di mezzo un quadro…ne riparleremo.

Lascia un commento