I fantasmi di Viale della Libertà e l’eruzione dell’Etna di Villa Zito

Dunque, il filo conduttore di questo viaggio in Sicilia era seguire le tracce di alcune immagini. In mezzo c’è un po’ di tutto: cinema, storia, politica. Anche arte: ad esempio un giorno, cincischiando su Facebook, lessi di una riapertura di una certa Villa Zito a Palermo. Mai coperta. A coronare il trafiletto però stava l’immagine di uno dei dipinti lì esposti che quasi sembrava uscire dallo schermo dello smartphone, tale era la sua forza visiva. Rappresentava una colata di lava dell’Etna. L’autore era Renato Guttuso.

“Chissà vederlo dal vivo che effetto deve fare?” – pensai.

Ed eccoci qua.

Viale della Libertà, gli Champs-Elysées della Sicilia. Una volta.

Villa Zito si trova in viale della Libertà, davanti al Giardino Inglese. Oggi si fatica a crederlo, ma anticamente questo lungo viale era solo la strada circondata di agrumi che portava fuori città, alle ville nobiliari di Piana dei Colli. Fu così fino ai primi del ‘900, quando la nascente borghesia palermitana pensò di costruire in questa zona le proprie dimore. Il sogno era quello di rivaleggiare con i palazzi dell’antica aristocrazia, e per questo chiamarono gli architetti più in vista dell’epoca: La Cavera, Palazzotto, Basile.

Ernesto Basile, già artefice del Teatro Massimo insieme al padre, fu il grande protagonista di quella stagione. Con lui la città acquistò la fisionomia Liberty che la rese celebre in Europa. In contrasto con l’imponenza barocca del centro storico, attorno a viale della Libertà e via Notarbartolo fiorirono palazzine di due, tre piani al massimo, dallo stile eclettico, ricche di decorazioni ora gotiche, ora floreali, e circondate da ampi giardini. Wagner, che a Palermo visse due anni e completò il Parsifal, ne parlò in una lettera come degli Champs-Elysées della Sicilia.

Addirittura?

In effetti al viaggiatore odierno il paragone può apparire azzardato, ma il fatto è questo: che quel viale della Libertà non esiste più.

Il sacco di Palermo e l’italica vicenda di Villa Deliella

Alla fine degli anni ’50 il Comune di Palermo stava lavorando al piano regolatore, che mancava dal secolo prima e di cui c’era gran bisogno. Purtroppo per la città gli uomini forti di quella giunta erano Salvo Lima e Vito Ciancimino. Furono loro i protagonisti di una folle corsa contro il tempo per concedere licenze a tutto spiano e rendere edificabile la qualunque prima che il piano regolatore definitivo entrasse in vigore (sarebbe avvenuto nel 1961). Fu una delle più imponenti speculazioni edilizie di sempre: il sacco di Palermo. Interi quartieri vennero stravolti, e tra le vittime più illustri ci furono proprio le ville di Viale della Libertà. La storia di una di queste è diventata un simbolo di quegli anni: Villa Deliella.

Villa Deliella era stata progettata da Ernesto Basile nel 1909, e si trovava in piazza Francesco Crispi. Con la sua torretta medievaleggiante, rappresentava un perfetto esempio della capacità di sintesi dell’eclettismo. Nel 1954 la Regione aveva concesso il vincolo come villa storica, ma esso fu revocato dal Consiglio di Stato perché non erano ancora trascorsi i 50 anni dalla edificazione. Il Comune, che sulla base di accordi mai chiariti con il proprietario aveva già deciso la sua demolizione, ne approfittò e nella bozza del PRG del 1959 destinò la villa ad uso di verde privato, liberandola di fatto da qualsiasi vincolo.

Restava la tutela storica della Regione, che sarebbe scattata a fine anno, e stavolta definitivamente. Ecco allora che la mattina del 28 novembre 1959 la giunta esaminò i piani per la demolizione della villa, nel pomeriggio li approvò, e la notte le ruspe entrarono in azione. Poi dicono che gli uffici pubblici al sud sono lenti. Una settimana dopo, non restava più nulla. Oggi come vedete c’è uno splendido autolavaggio.

Sorte analoga subirono Villa Rutelli, Palazzo Barresi, Villa La Cavera, Villa Cusenza e molte altre. Al loro posto sorsero i palazzoni tipici dell’edilizia del boom che vediamo ancora oggi. Qualcosa però è rimasto, a testimoniare l’antica stagione dell’Art Nuveau a Palermo. C’è il Villino Florio, vicino alla Zisa, c’è il Villino Favaloro, c’è il Giardino Inglese, dove sono stati segnati parte di questi appunti. E davanti al Giardino c’è Villa Zito.

La Pinacoteca di Villa Zito

Villa Zito venne costruita nel ‘700 ma venne poi modificata ai primi del ‘900 dall’architetto Michele La Cavera, la cui Villa omonima, ironia della sorte, fu una delle vittime del sacco. La Cavera diede alla villa un aspetto quasi rinascimentale, mentre il gusto eclettico dell’epoca si manifestò maggiormente nelle decorazioni interne. Oggi, dopo varie peripezie, Villa Zito è stata acquistata e ristrutturata dalla Fondazione Sicilia, che ne ha fatto la sede della sua Pinacoteca. La collezione raccoglie le acquisizioni fatte dal Banco di Sicilia nel secolo scorso ed alcune donazioni private. Le sezioni principali sono tre: Arte antica, Ottocento e Novecento.

Ora, la visita di questa galleria si è annunciata subito un’esperienza singolare. Tanto per cominciare sono rimasto per tutto il tempo l’unico visitatore. Sapete, come quando una star va a vedere un museo, ma chiede di esser accompagnata negli orari di chiusura per non doversi mischiare con la gente. Inoltre, durante la visita mi hanno accompagnato tre steward, uno per ogni sezione. Non erano delle guide: stavano semplicemente lì, in attesa che io finissi per accompagnarmi alla stanza successiva. Penso che se gli mando mio fratello in visita, il giorno dopo si licenziano. Fortunatamente per loro c’ero io che andavo via abbastanza spedito, più che altro perché sapevo già dove volevo arrivare, ero lì per quello: all’ultima stanza. La stanza dell’Etna.

Viandante sul mare di lava

Il quadro di Guttuso occupa un’intera parete. C’è da dire che le immagini dell’eruzione dell’Etna sono ormai familiari, le abbiamo viste molte volte in televisione, quindi abbiamo un termine di paragone molto invadente. Posso dire che il dipinto restituisce in pieno la forza cromatica e scenografica della lava incandescente; soprattutto sono le pennellate robuste e grossolane a dare la sensazione della fisicità, quasi pastosità del magma. Tuttavia, fosse solo per questo, l’opera resterebbe una bella rappresentazione di un fenomeno che è di per sé spettacolare. Un po’ come dipingere un tramonto sul mare: è bello per forza.

Il senso del dipinto trovo che stia invece nelle sagome di quelle persone, disegnate per contrasto dalla lava, al centro del quadro, come in una versione aggiornate de Viandante sul mare di nebbia di Friedrich. Ad essere rappresentata è la dimensione dell’uomo di fronte al grande evento naturale: una dimensione fatta di stupore e di impotenza, ancora intatti dopo millenni di civilizzazione. E poi, date le dimensioni, avvicinandosi al quadro si ha la sensazione di entrare, di esser anche noi con quelle persone, solo qualche roccia più indietro, a condividere spavento e fascinazione.

Eruzione dell’Etna non è l’unico quadro che merita di essere visto, comunque. Nella sezione ottocentesca ad esempio, un quadro mi ha impressionato: La mattanza di Favignana (la pesca del tonno) di Antonio Leto. Ne parlerò in seguito, perché apre un’interessante pagina su una delle tradizioni del posto: le tonnare.

Le immagini delle ville storiche sono tratte da: https://laguilla.wordpress.com/ville-non-piu-esitenti-di-via-liberta/