Borgo Vecchio e il Capo: leggende, cinema e street art

Il film è Mery per sempre. Pietro, appena uscito dal carcere minorile, è già inseguito dalla polizia attraverso le vie di una Palermo uggiosa, plumbea, così lontana dalla città solare che immaginiamo. Colori freddi, che amplificano ancor di più la decadenza che promana dai palazzi imponenti e sovrastanti i calcinacci delle case e delle vie popolari.

Vidi il film da bambino, quando fu trasmesso in tv la prima volta, e poi una decina di anni fa, con la riedizione in DVD. Fu allora che si accese per la prima volta il mio interesse per l’antica Panormus. La montagna che sembra incombere sulla città, la cattedrale che emerge come uno scoglio dal mare delle casupole attorno, il mercato: c’è qualcosa in queste inquadrature che affascinava e affascina ancora. Ora siamo qui,  ed è arrivato il momento di andare a guardare dal vivo, in prima persona.

Sto pensando a questo, gironzolando nelle strade attorno a Politeama, quando senza accorgermene mi trovo in un mondo nuovo.

All’improvviso Borgo Vecchio

Il quartiere di Borgo Vecchio si materializza da un isolato all’altro senza preavviso. A colpire per prima è l’intensità dei suoni: le voci, i clacson, le casse che pompano, nel giro di qualche metro aumentano di volume quasi come se vi fosse una qualche manopola girata da un regista occulto. Poi c’è il  possesso, l’occupazione fisica della strada che fa il popolo attraverso le biciclette, gli ape, i banchetti sulla strada, le partite di pallone ad ogni incrocio.

Pensare che in linea d’aria siamo a forse 200 metri da Viale della Libertà, il quartiere signorile delle ville liberty di cui abbiamo parlato!

Soprattutto ci sono dei curiosi murales che ogni tanto spuntano lungo un vicolo o sui muri che delimitano un piccolo spiazzo. Sono diversi dalle scritte vagamente futuristiche che vediamo sui fianchi dei treni o nei sottopassi. Qui rappresentano perlopiù creature fantastiche, frutto di un’immaginazione che verrebbe da definire fanciullesca.

Street art in Borgo Vecchio

Ci sono delle figure umane, vagamente simili alle donne di Botero, che fluttuano attorno ai tentacoli di una piovra robotica. Al di sopra, allungandosi verso la sommità del palazzo, alcune facce poste a mo’ di matrioska sembrano alludere ai volti di crassi uomini di affari. C’è una testa di marinaio, piantata nel suolo come una testa olmeca, e due neri che tentano di sradicarla a mani nude. Dietro alle piante si intravede un corpo gigante adagiato in una sorta di giungla. Un angolo di casa è presidiato da un gigantesco anatroccolo variopinto a strappi come un arlecchino e poi scorgo una balena, e un piccolo cane con i lineamenti alterati come una in una visione cubista.

Passeggiando tra questi vecchi vicoli, comincia a suonarmi un campanello nella testa, perché questa sembra sempre più un’iniziativa in qualche modo coordinata; mi ricorda altre situazioni che ho già incontrato: ad Oakland, con la scuola dei 99 dragoni, ad esempio, o al Quadraro, ricordate? Così, tornato in albergo decido di fare qualche ricerca online, e scopro un progetto chiamato Borgo Vecchio Factory.

Borgo Vecchio Factory

Nel 2014 alcuni ragazzi, sotto la guida dell’artista Ema Jones, trasposero sulle mura del quartiere i disegni che avevano ideato su carta, nell’ambito di un laboratorio doposcuola. Visto il gradimento dell’iniziativa, con un’operazione di crowdfunding l’attività proseguì dando vita al progetto Borgo Vecchio Factory, con il coinvolgimento di altri artisti e la realizzazione di altri murales.

(C) Borgo Vecchio Factory

Borgo Vecchio fa parte di quei quartieri che vengono definiti “difficili”, con alto tasso di disoccupazione e soprattutto alta dispersione scolastica. L’obiettivo del progetto sembra allora quello di coinvolgere i ragazzi più giovani, e stimolare un modo nuovo di vedere il borgo, indicando la possibilità di trasformarlo e valorizzarlo concretamente.

Che impatto possa avere avuto effettivamente sul quartiere non saprei. Per ora la sensazione è che la curiosità sia sorta più tra i non palermitani. Tuttavia credo che l’importanza del progetto risieda più nel modello che rappresenta, ovvero l’idea che organizzandosi e coordinandosi, si possa realizzare qualcosa. Ora è street art, domani potrebbe essere un iniziativa sportiva, un progetto musicale. Non son processi rapidi, ma probabilmente un seme è stato gettato e chi vivrà vedrà.

Nel frattempo l’iniziativa si è evoluta ulteriormente in Street Art Factory, ed ha portato alla realizzazione di una mappa interattiva delle diverse opere realizzate in città. La studio e noto che c’è una concentrazione di murales proprio nei quartieri più pittoreschi: Borgo Vecchio, Ballarò, la Vucciria, il Capo. Il Capo, proprio la meta dell’esplorazione turistico-cinematografica dell’indomani. Due piccioni, una fava.

Il mercato del Capo

Il mercato del Capo è il luogo in cui termina la disperata e inutile fuga di Pietro, ammanettato dai poliziotti, sospinto tra le due ali di folla muta, non sai se severa o complice. Una sequenza che è metafora di un’intera esistenza da predestinato. “Cu nasci tunnu un pò moriri quatratu”, questo è quello che ci racconta Pietro, e questo forse è proprio quello che i progetti di coinvolgimento sociale come la Factory vogliono smentire.

Al di là della vicenda narrata, c’è una caratteristica dei mercati palermitani che salta agli occhi guardando queste immagini. Il mercato del Capo, come Ballarò, non si allarga in uno spazio aperto, una piazza per esempio, ma si allunga seguendo il corso di una strada e della rete di vie collaterali.

Anche in questo la città tradisce l’origine araba di molti dei suoi antichi quartieri. Il mercato trasforma allora via Porta Carini e Via Beati Paoli in una galleria che in alcuni punti diventa quasi budello di odori, colori e rumori, coperta ora dai tendoni dei banchi opposti che si accavallano, ora dalle terrazze che si protendono sulla strada e da cui talvolta salgono e scendono merci.

La leggenda dei Beati Paoli

Un’antica tradizione vorrebbe che il quartiere fosse anche popolato di gallerie sotterranee dove nei secoli scorsi si sarebbe riunita la misteriosa setta dei Beati Paoli. Secondo lo storico Marchese di Villabianca si trattava di un gruppo segreto di vendicatori che si opponeva ai soprusi della dominazione normanna(sec. XII). Secondo la tradizione orale poi, la setta si sarebbe rinnovata nei secoli in clandestinità e sempre in difesa della classe mezzana, che non poteva contare sui soldati o la polizia, in mano alla nobiltà. Qualcuno ha visto in questo un legame con le origini della mafia, ma non ci sono studi storici che lo confermino.

Quel che  è certo  è che da questa tradizione Luigi Natoli ha tratto un romanzo, forse l’ultimo grande romanzo popolare italiano: I Beati Paoli. La vicenda, tutta intrighi, misteri e colpi di scena, è ambientata nella prima metà del ‘700, nella Palermo spagnola e piemontese (ebbene sì, i Savoia erano già stati in Sicilia 150 anni prima di Garibaldi). Luoghi, personaggi, costumi, sono frutto di un’attenta ricostruzione storica, e questo rappresenta un grande elemento di interesse, al di là del racconto. Qualcuno ha addirittura scritto che il vero protagonista del romanzo è proprio l’ancien regime, nella sua versione più sfarzosa e miserabile che trova nella Palermo del ‘700, del barocco dei palazzi e delle chiese, la sua rappresentazione più compiuta.

Sotto alla chiesa di Santa Maria del Gesù si trova ancora l’accesso a una cripta che avrebbe comunicato con i cunicoli di un’antica catacomba cristiana in cui si sarebbero riuniti appunto i Beati Paoli. In realtà ad oggi si sono trovate solo alcune camere di scirocco, ovvero stanze sotterranee in cui gli abitanti dei palazzi scendevano per ripararsi dalla calura estiva, però chissà…

I murales per Sant’Anna al Capo.

La street art del Capo si concentra nelle viuzze a est di Via Carini. A colpire sono soprattutto tre teste di statuaria greca, una pare cieca e io l’ho battezzata l’Omero decapitato. Poi vedo un grande figura di uomo alato che pare accompagnarmi lungo una scalinata seminascosta. Si direbbe un misto tra un angelo e un supereroe.

Dalla scalinata si accede ad una piccola piazza, intasata dalle auto, ma da cui si gode una rara vista sulla cattedrale.  Del resto sapevo che doveva essere qui da queste parti, conosco quel tanto che basta di Palermo ormai, e infatti non mi sbagliavo.


Certo, la luce è diversa, ma l’effetto anche dal vivo è lo stesso. Guardate: la cattedrale non sovrasta le casupole dei quartieri popolari staccandosene, sembra invece appartenere a una stessa gigante architettura. Da qui, dalla piccola piazza di Sant’Anna al Capo, la prospettiva rende un tutt’uno i diversi elementi, teoricamente contrastanti. E anche questa è una metafora, perché Palermo è questo, anche se probabilmente a volte i palermitani non vorrebbero: splendore e rovina, e togliere una all’altra è come battere le mani con una mano sola. Non si può, solo lo scontro dell’una con l’altra produce un suono.


E noi saremmo arrivati alla fine. Ma poi ho scoperto altri graffiti, ancora più carichi di storia di questi. Li ho scoperti in un carcere. E la prossima volta ne parleremo.

 

I link ai siti delle associazioni:

Borgo Vecchio Factory

Street Art Factory