I graffiti di Palazzo Steri, il carcere dell’Inquisizione

C’è un momento sapete, nel finale di Pulp Fiction, in cui lo spettatore realizza che il ristorante in cui si sta svolgendo la scena è lo stesso ristorante della scena iniziale, e che quindi da un momento all’altro John Travolta, Samuel L. Jackson e i due rapinatori sfigati(che tutti avevano rimosso) si troveranno faccia a faccia, con tutto quello che ne potrà conseguire. Un critico al tempo definì quel climax di consapevolezza, costruito inquadratura dopo inquadratura, come la sensazione più esaltante mai provata in un cinema.

Beh, ora sono davanti ad una piccola scalinata, nell’antico carcere dell’Inquisizione a Palermo, e sento che sto per vivere un’epifania simile.

Ma andiamo con ordine.

Palazzo Chiaramonte-Steri

I cronisti dell’epoca raccontano che nel marzo del 1783, davanti a Palazzo Chiaramonte-Steri, per secoli sede del Tribunale dell’Inquisizione spagnola, divampò un rogo che arse per tre giorni e tre notti. A bruciare proprio lì, nella piazza dei roghi e degli Auto da Fè, erano le carte relative a tre secoli di processi dell’Inquisizione, che il nuovo Viceré Domenico Caracciolo aveva finalmente abolito. Da allora il palazzo, più volte rimaneggiato, assunse diverse funzioni, ma la storia dell’Inquisizione in Sicilia venne dimenticata.

Poi, nel 1906, durante alcuni lavori di restauro, un operaio notò strani segni color ruggine che affioravano sotto all’intonaco delle pareti. Venne invitato ad analizzarli lo storico Giuseppe Pitré, che comprese subito di trovarsi in una delle antiche celle del carcere: i segni altro non erano che graffiti dei prigionieri. Scalpello in mano, per sei mesi lavorò alacremente per scrostare le pareti di tre celle del primo piano e far emergere quelli che avrebbe definito “i disperati palinsesti del carcere”. Sembrava l’inizio di una grande stagione di studi e scoperte, ma sopraggiunsero le due guerre, e il palazzo finì dimenticato: prima sede di uffici, poi addirittura deposito di un pittoresco rigattiere, Don Totò.

Solo con il nuovo millennio l’Università di Palermo entrò in possesso dello Steri e decise di ristrutturarlo per farne un polo museale, oltre che la propria sede rettorale. Stavolta non fu una sorpresa quando anche al piano terra, sotto agli strati di intonaco, apparvero altri straordinari graffiti. Certo, sarebbe stato bello associare ad essi nomi e storie, ma quell’antico rogo l’aveva reso impossibile…

Fu allora che entrò in scena la storica Maria Sofia Messana, con un’intuizione decisiva. E’ vero che il Viceré Caracciolo aveva fatto distruggere tutti gli archivi, ma l’Inquisizione di Palermo era emanazione di quella di Madrid, e in quanto tale era tenuta ad inviare in Spagna i sunti di ogni processo (le relaciones de causas). Con una titanica ricerca d’archivio, Messana recuperò a Madrid le relaciones e ricostruì la storia processuale di circa 600 prigionieri dello Steri, ed è grazie a lei che oggi quei graffiti han cessato di essere muti.

I graffiti di Palazzo Steri
Cavuru e friddu sentu ca,

mi piglia la terzuru,

tremunu li vudella,

lu cori e l'alma s'assuttiglia

e sentu sunari a campanella.

(dove la campanella segnava l’inizio degli interrogatori ndA)

Questi sono i versi più citati, ma non sono gli unici. Queste mura testimoniano la presenza di intellettuali, poeti, artisti: gli spiriti critici da sempre vittime di ogni regime poliziesco, e che di questo si trattasse lo prova il modo con cui si apriva un’inchiesta.

Solitamente un familiares (un collaboratore dell’Inquisizione) faceva una delazione. Ad esempio riferiva che il sabato prima non aveva visto uscire il fumo dal camino del vicino, ebreo convertito: stava forse rispettando il riposo del sabato? Nel dubbio lo imprigionavano, e i suoi beni li incameravano metà l’Inquisizione e metà il delatore. Capite bene come anche di poveri, ne imprigionassero pochi.

Non ho citato gli ebrei a caso. I graffiti più antichi tra quelli datati con certezza sono opera loro: i perseguitati di ogni epoca. Dal 1495 erano stati espulsi da tutti i territori dell’impero spagnolo. Erano tollerati solo i convertiti, i cosidetti “marrani”, ma sempre con il sospetto che privatamente continuassero a seguire l’antica fede. Perché l’Inquisizione aveva questo di tipico: non giudicava gli atti, ma le idee.

E le streghe? Ecco una curiosità: negromanzia, chiromanzia, divinazione erano pratiche contestate più agli uomini. Le donne processate erano per lo più erbarie o guaritrici, eretiche in quanto in competizione con la medicina ufficiale. Da notare comunque che nel compendio finale i processati per magia e stregoneria risultano la metà di quelli per giudaismo.
Tra i processati per stregoneria ci fu probabilmente il cartografo Francesco Nigro. A lui attribuiscono una grande rappresentazione della Sicilia, molto dettagliata ma con una particolarità: la città più importante non appare Palermo, ma Caltabellotta, un centro da sempre legato all’esoterismo. In una nicchia in una delle celle, invece, venne ritrovato un fagottino contente dei capelli, delle macchie di sangue e delle formule indecifrabili, verosimile tentativo di maleficio.

Dunque alla magia si credeva, certo, ma in queste prigioni c’era soprattutto gente che credeva in Dio. I muri traboccano di immagini di Cristo, di Santi(un bellissimo San Giorgio che uccide il drago ad esempio), della Madonna. C’è un grande crocefisso sovrastato da un cielo stellato e da una luna dal profilo maligno, forse il delatore o uno degli aguzzini. E poi preghiere, voti, lunghi passi della Bibbia: bizzarro per un coacervo di eretici e infedeli, non vi pare?

Tra i disegni più originali vi è poi quella che ha tutta l’aria di essere una battaglia navale. Le due schiere di galere sono poste una di fronte all’altra, con i vessilli levati, pronte alla lotta. Ho già visto rappresentazioni simili a questa, molte volte: sono veneto, da piccolo la prima domenica di ottobre ero a mangiare i bigoli con l’arna dalla nonna, per la Madonna del Rosario. Questa non è una battaglia qualsiasi…questa è la battaglia di Lepanto! Sopra al disegno è inciso a caratteri cubitali un nome: Francesco Mannarino.

Peripezie di Francesco Mannarino

Francesco Mannarino era un pescatore palermitano che un giorno del 1600 venne assalito dai pirati saraceni. Venduto come schiavo, il giovane fu obbligato a convertirsi all’Islam e poi messo ai remi di una galera. Fortunatamente, dopo mesi di angherie, la ciurma si ammutinò e s’impadronì della nave, riparando poi a Venezia. Durante la sua permanenza sulla laguna, il pescatore si presentò all’Inquisizione romana spiegando di aver rinnegato il cristianesimo sotto minaccia di morte. Era questo uno dei casi per i quali era previsto il perdono, e con l’assoluzione in tasca il Mannarino fece ritorno in Sicilia.

Arrivato a Palermo, si presentò comunque al Tribunale dell’Inquisizione spagnola(che era indipendente da quella di Roma) per regolarizzare la sua posizione di ex rinnegato. Purtroppo al Tribunale erano già arrivate alcune delazioni sul suo conto, e in attesa di verificarle, il poveraccio finì allo Steri. Per sua fortuna le accuse erano poco solide. Il 13 giugno del 1610, durante l’Auto da Fé, Francesco venne assolto ad cautelam, cioè dichiarato “solo” sospetto di eresia. Ascoltò pubblicamente una messa, abiurò i propri errori (???) e poté finalmente tornarsene a casa.

Come facciamo ad attribuire proprio a lui la grande battaglia navale? Beh, a parte la firma, il Mannarino aveva vissuto a Venezia solo trent’anni dopo la battaglia di Lepanto che fu uno dei primi eventi “mediatici” dell’età moderna. Verosimile che avesse visto una di quelle raffigurazioni stilizzate stampate per celebrare la vittoria, e che l’avesse ricordata durante i suoi mesi di carcere.

Cinematograficità di una scala

A questo punto la guida mi conduce in un pianerottolo in cui avvenne uno dei fatti più clamorosi: l’assassinio di un inquisitore. Gli storici hanno identificato il luogo solo dopo aver scoperto dietro ad un muro una scala che comunicava con il tribunale.

Ed è qui che una lampadina si accende. Perché io questa scala l’ho vista tanti anni fa, in un libro a scuola: un saggio di Leonardo Sciascia che indagava sul caso di un frate che aveva ucciso un inquisitore. Che bizzarra coincidenza…

Infatti non è una coincidenza, evidentemente. Non l’avevo ancora capito, ma queste prigioni sono proprio quelle prigioni! e questo è un po’ come quando vidi Pulp Fiction la prima volta e mi resi conto che il ristorante alla fine era lo stesso ristorante dell’inizio etc etc!

Comunque, il frate si chiamava Fra Diego La Matina, era nato a Racalmuto nel 1622 e la mattina del 24 luglio 1657 ricevette una visita…

La morte dell’Inquisitore in Il giallo di Fra Diego La Matina, eretico (forse).

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