Il giallo di Fra Diego La Matina, eretico (forse).

(…continua da I graffiti di Palazzo Steri, il carcere dell’Inquisizione)

La mattina del 24 luglio 1657 l’inquisitore Juan Lopez de Cisneros si recò allo Steri a visitare un certo Fra Diego La Matina, un eretico dei più tenaci, ma ugualmente bisognoso del conforto cristiano. Durante il colloquio, all’improvviso Fra Diego lo assalì e con i ceppi che aveva ai polsi gli fracassò il cranio.

Mai, nella storia mondiale dell’Inquisizione era avvenuto un fatto simile. Ma andò veramente così, come raccontarono i cronisti dell’epoca?

Il giallo della morte dell’inquisitore
Illustrazione di Guttuso per il saggio Morte dell’Inquisitore

Gli studi recenti hanno gettato nuova luce sul contesto in cui maturò l’omicidio. In particolare lo storico Vittorio Sciuti Rossi nel 1994 scoprì una lettera con cui il successore di de Cisneros descriveva dettagliatamente il fatto all’inquisitore capo di Madrid. Il frate, è scritto, durante l’interrogatorio si impossessò di uno dei ferri disposti sul tavolo e con quello colpì alla testa l’inquisitore, mentre il segretario, testimone della scena, riusciva a fuggire dalla scala che conduceva al tribunale.

La scala, avrete capito, che ha permesso agli storici di identificare il luogo del misfatto, e a me di realizzare che mi trovavo proprio nel luogo in cui si svolse quella strana storia letta da ragazzo.

Dunque il frate non colpì l’inquisitore con i ceppi, ma con “uno dei ferri”: e cosa ci faceva “uno dei ferri” fuori dal tribunale, durante una “visita in favore dei rei”? E c’è di più: dal carteggio tra le due sedi risulta che nel 1656 il tribunale di Madrid aveva imposto a quello di Palermo di trasferire il frate in un convento, dove avrebbe scontato la sua pena segregato a vita in una stanza. Perché un anno dopo fra Diego era invece ancora allo Steri?

Oggi possiamo concludere che l’omicidio avvenne durante l’ennesimo interrogatorio in cui il frate veniva regolarmente torturato; ingiustificatamente, perché il suo caso era chiuso, e la sentenza già emessa. Da qui originò la furia omicida scatenata sul suo aguzzino.

Fra Diego, eretico o rivoluzionario?

Quel che resta ancora avvolto nel mistero è quale fosse l’eresia originaria del frate. Nel suo saggio, Sciascia ricostruisce la storia turbolenta di Fra Diego. Comparso davanti all’Inquisizione per eresia già nel 1644 e nel 1645, venne due volte rilasciato dopo atto di abiura. Arrestato nuovamente per recidiva, nel 1647 venne condannato a cinque anni di galera, ma nel 1649 profittò della rivolta di Giuseppe d’Alesi(il Masaniello siciliano) per fuggire. Riacciuffato venne condannato alla segregazione a vita, ma non ancora domo evase dallo Steri, per essere ricatturato definitivamente nel 1656.

Il fatto più strano appare quell’iniziale arresto per eresia. Quale poteva essere quest’eresia che conduceva così facilmente davanti al tribunale, ma consentiva altrettanto facilmente di uscirne? Secondo una tradizione popolare, ripresa da Luigi Natoli nel suo romanzo intitolato Fra Diego La Matina, il frate aveva commesso in gioventù un delitto d’onore ai danni di un potente religioso, e da qui erano nati i suoi guai con l’Inquisizione. Gli storici danno poco credito a questa tesi. Per un delitto d’onore l’avrebbreo impiccato subito.

Autodafé a Palermo, si riconosce a destra la cattedrale.

Dunque di eresia si trattava. Tuttavia l’ultima notte in carcere dieci teologi sottoposero Fra Diego ad un interrogatorio fiume, tentando di farlo cadere in eresia, ma il frate in fatto di teologia sapeva il fatto suo, e rispose punto su punto senza cascare nei tranelli.

Sciascia ipotizzò allora che la sua fosse un’eresia più sociale che teologica, e che il potere spagnolo perseguisse in lui più un agitatore di popolo che un eretico. Azzardato? Può darsi. Tuttavia, se fra Diego non fu davvero un rivoluzionario, ce n’è a sufficienza per vedere in lui un simbolo di ribellione a un potere arbitrario e soffocante.

Comunque, dopo aver ucciso un inquisitore il futuro di fra Diego era segnato. Il 17 marzo 1568, durante l’Auto da Fé più imponente mai organizzato a Palermo, Fra Diego La Matina fu arso vivo.

“Dio è ingiusto” furono le sue ultime parole, ed è forse questa l’eresia che agitò tutta la sua vita.

Di intuito e immaginazione

Torniamo un attimo al mio momento Pulp Fiction, perché quello che ho scoperto successivamente è abbastanza curioso. Il disegno che avevo visto nel libro con quella scalinata, era opera di Guttuso, cui era stato chiesto di illustrare il saggio di Sciascia. Ma attenzione, all’epoca la scala non era ancora stata scoperta dietro al muro, né era stata rinvenuta la lettera in cui veniva citata, Guttuso non poteva sospettare della sua esistenza. Dunque solo un’immaginazione da artista aveva portato il pittore a riprodurre uno scenario così fedele a quello reale.

Allo stesso modo in cui un intuito di scrittore portò Sciascia ad avanzare dubbi sulla ricostruzione del delitto quando le relaciones de causas erano ancora sepolte a Madrid, dubbi che sarebbero stati avvalorati in pieno dalle scoperte degli ultimi anni.

Immaginazione, intuito, proprio quello che l’Inquisizione cercava negli uomini per reprimerlo e soffocarlo. Chissà che bella fine avrebbero fatto Sciascia e Guttuso a quei tempi…

Epilogo

Ho sempre evitato i musei dell’Inquisizione, improbabili collezioni di strumenti di tortura inventati nell’ottocento. Palazzo Steri però è qualcosa di profondamente diverso. Strumenti di tortura qui non ve ne sono, perché non servono. A spiegare cosa sia stata l’Inquisizione spagnola in Sicilia ci sono due secoli di disegni, preghiere, maledizioni, poesie incise sui muri dalle sue vittime. Graffiti che sono anche una miniera d’oro per lo studio della società, della cultura di Palermo e della Sicilia.

Ero entrato a Palazzo Steri quasi per caso, ho trovato un’incredibile storia da raccontare. E anche questa volta posso tornare a casa.