Aix-en-Provence e Sainte-Victoire: la piccola patria di Cézanne

Treviso, Casa dei Carraresi, A.D. 2000

“Vedi come la montagna, i campi e le case sono scomposti da Cèzanne in volumi e forme geometriche elementari? Eppure l’insieme restituisce tutta la profondità del paesaggio.”

La montagna era quella di Sainte-Victoire in Provenza e le parole erano di Teresa, che per prima mi fece afferrare quel giorno il senso di quelle tele, apparentemente così rozze rispetto alle altre. Scoprii in seguito che per Cézanne quel monte fu ossessione e fascinazione, come i cipressi o gli olivi per Van Gogh. Un soggetto ritratto quasi ottanta volte, in una ricerca infinita dell’essenzialità. 

Tanti anni dopo sono finalmente qui, in Provenza, nella stessa radura dove il pittore veniva ad osservare il suo soggetto preferito e quel che mi trovo davanti è…una siepe.

Ma torniamo indietro di qualche ora.

Luci ad Aix-en-Provence

Ho imparato in Normandia che in Francia non c’è da indagare per scoprire dove i grandi personaggi del passato hanno vissuto. Tutto è ben pubblicizzato e reso accessibile. In più, rispetto al nord del paese, ho scoperto qui dei centri del turismo molto ben organizzati. Dunque mi reco subito lì a chiedere una mappa dei luoghi di interesse. Il percorso tematico su Cézanne coinvolge tutto il centro cittadino (fu la città in cui visse più a lungo) ed è l’ideale per un primo impatto con la città.

La prima cosa che colpisce, camminando per il centro storico di Aix en Provence, è la luce: calda, quasi terrigna, da città mediorientale, più che mediterranea. Un fatto singolare che dipende prima di tutto dal colore delle case. Quasi tutti gli edifici, civili o religiosi, presentano diverse sfumature di uno stesso giallo molto carico, tendente all’ocra. Inoltre, le vie sono piuttosto strette, ogni tanto si aprono in piccole piazze con al centro una fontana, quasi sempre con dei grandi alberi che fanno ombra. In questi spazi, la luce del sole fatica ad arrivare diretta, ma si incunea e rimbalza di parete in parete, e ad ogni deviazione assorbe parte di questi colori. Penso a che maestria sarebbe necessaria ad un direttore della fotografia che volesse ricreare questo effetto artificialmente!

Talmente ci si abitua a questa luce calda ma in qualche modo soffusa, che quando si giunge in corso Mirabeu si resta abbagliati, come quando da un fitta boscaglia si irrompe tosto in una radura. Il Corso Mirabeu è infatti il grande viale che taglia in due la città. Dunque una via lunga, ma soprattutto larga, larghissima. Forse nelle intenzioni doveva ricordare gli Champs-Elysèes, di fatto appare quasi sproporzionato rispetto al resto della città. Ebbene, tanto nel resto delle vie la luce arriva rimbalzando e assorbendo il tono delle case, tanto qui i raggi del sole di luglio arrivano diretti, come un gigantesco occhio di bue teatrale puntato sul viaggiatore che vi sbuca.

Aix-en-Provence appare insomma come una città disegnata dalla luce nelle sue diverse gradazioni: un aspetto che incontrerò ancora qui in Provenza.

La cattedrale di Saint-Sauveur

Ho preso un’abitudine con gli anni: passeggiare guardando per aria. Perché sono incredibili la ricchezza e la varietà di dettagli che offrono le finestre, i balconi, i cornicioni dei palazzi delle nostre città venete. Ebbene, anche ad Aix-en-Provence giro col naso all’insù, e noto presto che i campanili non terminano con un tetto, spiovente o meno, ma sono quasi sempre sormontati da una gabbia di ferro battuto. Un fatto curioso, che ovviamente attiva la mia fantasia. Scartate le ipotesi più strampalate, mi convinco che anticamente fossero delle gabbie in cui un gallo cantava al posto delle campane, da cui il gallo come simbolo della Francia. (Figuratevi le teorie scartate…)

Comunque, questi singolari elementi architettonici sono utili a segnalare la presenza delle chiese, altrimenti confuse tra le case. Sono più o meno delle stesse dimensioni, e contigue alla abitazioni: raramente presentano una piccola piazzetta antistante. L’unica a distinguersi è la Cattedrale di Saint-Sauveur.

La cattedrale si sviluppa soprattutto in altezza, anche perché origina da tre chiese che sembrano compresse da mani invisibili fino a fondersi e incastrarsi l’una con l’altra. Una chiesa romanica del XI secolo, di cui si distingue tuttora la facciata esternamente, costituisce la navata destra, da cui si accede ad un battistero, ultimo ricordo di un’antica basilica paleocristiana. Il corpo centrale invece, come pure il campanile, risale al gotico del XVI secolo. All’interno si trova una pala d’altare molto bella, in stile fiammingo, commissionata nel ‘400 dal Re di…Napoli.

Su cosa ci facesse il Re di Napoli in Provenza, George Martin scriverebbe due tomi de Il Trono di Spade. Io vado di fretta e ve lo risparmio, anche perché copierei pari pari da Wikipedia.

Molto più interessante scoprire che le famose gabbie servono a proteggere le campane dal fortissimo vento di Mistral, e non a custodire dei galli, come mi spiega una cameriera di Aix-en-Provence. Non sono sicuro di aver capito come le proteggano, ma andiamo avanti.

L’atelier di Cézanne

La città, come dicevamo, presenta numerosi “Cézanne spot”: la scuola, l’abitazione natale, e quant’altro. Purtroppo, manca un grande museo tematico. Ho comunque trovato interessante il Museo Granet, per l’esposizione temporanea su Picasso. Una di quelle mostre in cui si può ammirare quanto Picasso fosse prima di tutto un fantastico disegnatore.

Comunque, tornando a Cézanne, il vero luogo di interesse è l’atelier in cui lavorò gli ultimi anni. Nel 1901 il pittore comprò un terreno sul fianco di una piccola collina subito fuori città  e vi allestì il proprio studio. Qui passava le sue giornate a dipingere e completare le tele che cominciava en plen air. Oggi, come potrete immaginare, non esiste soluzione di continuità tra la parte nuova della città e le case sulle colline. Tuttavia, un giardino con grandi alberi fitti isola ancora l’edificio e lo immerge nella natura.

Lo studio occupa tutto il secondo piano della casa, ed è illuminato da un’ampia vetrata. Sul lato opposto invece, la luce entra attraverso un dispositivo meccanico che permetteva di gestire la luminosità della stanza, come un grande diaframma. L’atelier è rimasto con l’arredamento originale, compresi oggetti quali candele, vasi, utensili vari. Sono i protagonisti delle nature morte in cui Cézanne sperimentava la sua sintesi geometrica.

C’era poi, sopra ad un cavalletto appena installato, una grande tela con delle donne nude al bagno, che sembrava guazzabuglio totale.

(EMILE BERNARD – Mi ricordo Cézanne)

Sappiamo tuttavia che qui venne dipinto anche il capolavoro di Cézanne: le Grandi Bagnanti, una serie di tele imponenti in cui i corpi delle fanciulle sembrano ormai solidi scolpiti. E’ l’opera che, esposta a Parigi nel 1907, fu ammirata da Picasso un anno prima de Les demoiselles d’Avignon. Una versione è oggi custodita alla National Gallery di Londra(l’altra è a Filadelfia), appesa all’ultima parete, perché chiude la storia che si racconta lì e ne comincia una nuova: per trovare l’arte successiva, racconta la guida, dovete andare non nella prossima stanza, ma al MOMA di New York.

Sainte-Victoire, la magnifica ossessione

Poche centinaia di metri a monte dell’atelier si trova una radura, dove Cézanne si recava quasi ogni giorno per studiare e ritrarre la montagna di Saint-Victoire. Ca van sa dire, ci vado anch’io. Sono qua per questo, da quel lontano pomeriggio a Treviso. Faccio i gradoni del sentiero a due a due, su fino ad eliminare la pendenza dalla vista (non so, sembrava un campo da calcio di Holly e Benji…) e finalmente mi si apre davanti…una siepe.

E’ una siepe molto alta per di più. Ai suoi piedi, le stampe di dodici versioni di Cézanne della montagna di Saint-Victoire sono disposte a semicerchio. Comincio a dubitare che oltre un secolo di urbanizzazione abbia completamente coperto la vista di cui il pittore godeva. Non sarebbe nemmeno così strano. Cammino oltre, cerco di capire se vi sono altre aperture, ma sono costretto a tornare indietro, ed è nel girarmi che con la coda dell’occhio intravedo un sagoma familiare tra un tetto ed un cipresso.

Torno alla siepe e vedo che in realtà sarebbe bastato girarsi sin dal primo momento, per avere campo aperto sullo sperone di roccia che emerge dalla campagna. Ed ecco tornarmi alla mente le parole di Teresa. Perché il paesaggio stesso ai miei occhi sembra proprio costruito così: a strati,  triangoli e trapezi. E non sai più se è l’arte di Cézanne ad aver cambiato il nostro modo di vedere la natura, o se è stata la natura, nelle sembianze di questi scorci provenzali, ad aver suggerito al pittore l’intuizione che avrebbe cambiato per sempre l’arte occidentale.