Sulle orme di Mozart: spettacolo a Verona

Prologo

Vicenza, 1986

Un fanciullo, seduto al pianoforte, sta osservando qualcosa. Il padre, dopo aver preso un foglio di carta, l’ha posato sulla superficie della calatoia, e delicatamente lo sta annerendo con una matita. Poco a poco, al centro del foglio appare una scritta misteriosa, di un grigio più tenue. “Sono gli antichi costruttori del pianoforte”, spiega.

E poi svela che semplicemente il pianoforte è molto vecchio, ed è stato riverniciato ricoprendo l’antico marchio, del quale è però rimasta un’impronta impercettibile sulla nuova superficie. Ma è tardi, il piccolo ha già smesso da un po’ di ascoltare, e la sua fantasia già è decollata: quella cui ha assistito è una magia!

Il giorno dopo, decide di replicarla. Con una matita molto appuntita incide il proprio nome sul legno del pianoforte. Anche lui vuole creare una scritta invisibile agli occhi, da far riapparire magicamente.

Invisibile, certo. Appena il padre entra nella stanza, lo sfregio lo abbaglia come una scritta al neon di Las Vegas, e la carriera da illusionista del nostro finisce prima ancora di cominciare.

Un fatterello rimasto sepolto nei ricordi, fino ad un fredda sera di gennaio…

I Mozart a Verona

Leopold Mozart non era certo un travel blogger brillante come il figlio, ma era molto meticoloso. Sappiamo allora che i due giunsero a Verona il 27 dicembre 1770 e presero alloggio in Piazza Sant’Anastasia. La prima cosa che fecero, manco a dirlo, fu andare all’opera, ovvero al Teatro Filarmonico, che progettato da Francesco Galli da Bibbiena nel 1715, era già rinomato in tutta Europa.

Il teatro è molto bello, anche se noi abbiamo sempre trovato posto su in piccionaia, come i ritardatari e i poveri o… ehm… entrambe le cose. Da lì, la parte superiore della scenografia risulta appena visibile, e ad esempio quando una sera calò la Regina della Notte, le vedemmo giusto i piedi.

Mozart non ebbe di questi problemi, il marchese Carlotti gli consegnò le chiavi del proprio palco. Però attenzione: il teatro originale del Bibbiena era più simile a quello che vediamo oggi noi. Il teatro visto da Mozart era quello ricostruito con importanti modifiche dopo l’incendio del 1749. Purtroppo, la notte del 28 febbraio 1945 una bomba alleata lo distrusse di nuovo…quasi completamente. E di nuovo lo ricostruirono, ma stavolta riprendendo il progetto originario.

Dico “quasi completamente” perché c’è una parte che riuscì sempre a salvarsi: la Sala Maffeiana. La si può vedere visitando il Museo Lapidario. Meglio ancora è assistervi ad un concerto durante il Settembre dell’Accademia. Organizzare concerti in questa sala è un’usanza che risale ai primi anni di vita del teatro. Ecco ad esempio una cronaca del 1770.


Verona, 9 gennaio. Questa città non può far altro che dichiarare la straordinaria abilità nella musica posseduta, all’età di 13 anni, dal piccolo ragazzo tedesco Sig. Amadeo Wolfango Motzart, nativo di Salisburgo[…]. Il venerdì 5 gennaio , questo giovane ha dato, in una delle sale della nobile Accademia Filarmonica, alla presenza delle autorità civiche e un affollato concorso di nobili di entrambi i sessi, tali prove della sua perizia nell’arte suddetta da stupire tutti.[…]

(GAZZETTA DI MANTOVA, 12 gennaio 1770)

Tale fu il successo che l’anno successivo, in occasione del suo secondo soggiorno, Mozart venne nominato membro d’onore dell’Accademia Filarmonica di Verona. L’Accademia era nata nel ’500, e ne facevano parte i più illustri cittadini. Proprio il palazzo di uno di questi signori fu per anni sede dell’Accademia stessa: il Palazzo Giusti, che ospitò almeno due volte i Mozart a pranzo, e che già all’epoca venne citato da Leopold per il suo splendido giardino.

Il sipario del Giardino Giusti

La cosa più bella del Giardino Giusti, è entrarci. Dalla strada non vi sono mura o siepi che ne facciano intuire la presenza. Parte integrante del palazzo omonimo, il Giardino è quasi nascosto alla città. Attraverso il portone che apre sulla via, si scorgono prima gli archi di un porticato interno che si affaccia su un cortile. Oltre, la cinta del giardino presenta una grande cancellata in corrispondenza del viale centrale, e a fianco due porte minori. Insomma, la sensazione man mano che si penetra è quella di vedersi alzare le tende di un sipario. Come a teatro.

In realtà, una cosa che si nota sin dall’esterno c’è: i cipressi. Alti e appuntiti come menhir giganti, delimitano il labirinto del giardino. Uno però è diverso dagli altri: altrettanto alto, ma meno snello, col tronco più robusto e nodoso. Poco dopo i Mozart, anche Goethe passò di qui e rimase impressionato proprio da questo cipresso che per dimensioni e altezza, ragionò il sommo poeta, doveva avere circa 300 anni: una bella età! Era il 1786: siamo nel 2019, fate voi i conti.

Il giardino si inerpica come bosco sulle pendici della collina, e qui un chiosco in pietra costituisce il luogo ideale per guardare la città. Si possono vedere quasi tutte le torri e i campanili di Verona: la torre dei Lamberti, il campanile del duomo. In effetti distanza e prospettiva fanno sembrare come più alto di tutti un altro campanile: quello di San Tomaso Cantuariense. Si tratta di una chiesa poco nota, ma è là che ora ci recheremo.

Il giallo del ritratto

La prendiamo alla larga, passando per Ponte Pietra. Intanto perché è forse lo scorcio più pittoresco di Verona: con l’Adige che da limaccioso e sonnolento, si fa improvvisamente rapido e turbolento, e con le case che si sporgono direttamente sul fiume, ognuna con un colore e una forma diversi. E poi perché così passiamo da Piazza Indipendenza. Qui, dove ora stan le poste, viveva il Sig. Luggiati, un pezzo grosso dell’amministrazione veneziana a Verona. Il Luggiati divenne un buon amico dei Mozart e riuscì a convincere il ragazzo a posare per farsi ritrarre dal pittore veronese Saverio Dalla Rosa.

Dalla Rosa non è molto noto oggi, ma alla città ha fatto un grosso regalo. Quando nel 1798 Napoleone soppresse una certa quantità di ordini e monasteri, molte opere d’arte divennero improvvisamente disponibili, e serviva qualcuno che le catalogasse (per mandarle in Francia, s’intendeva). Il Dalla Rosa, ricevuto l’incarico, non solo riuscì a sottrarle alla via per Parigi, ma negli anni raccolse le tele di maggior pregio dando vita alla prima pinacoteca cittadina. E nacque così il nucleo originario del Museo di Castelvecchio.

Chiusa parentesi, torniamo al ritratto. Su ogni dettaglio, i musicologi si sono accapigliati. L’interpretazione dello spartito in particolare costituisce tutt’ora un piccolo giallo. Riproduce effettivamente un testo musicale di senso compiuto, ma è un’opera di Mozart? Se è così, il quadro ne rappresenterebbe l’unica fonte: non ne esiste altra menzione, non nelle lettere, nè in altro archivio. Sappiamo dalle cronache che Mozart eseguì nella Sala Maffeiana due sinfonie di sua composizione. Una potrebbe essere questa. Tuttavia per qualcuno lo stile ricorda più Boccherini, e per altri Galuppi. Ma allora perché negli archivi di casa Luggiati non risulta catalogato un loro spartito? E via così, dopo due secoli, il dibattito continua.

E poi c’è l’anello, che qui è in bella vista e che qualche settimana dopo i napoletani avrebbero provato a sfilargli dal dito. Qualcuno penserà: ecco, i soliti napoletani! Ahah, un po’ è vero, ma non come pensate voi. Ne riparleremo.

Il ritratto venne completato il 7 gennaio un po’ a fatica, perché ormai Mozart era conteso da tutti i personaggi più in vista, e soprattutto perché avrebbe dovuto esibirsi quel pomeriggio nella Chiesa di San Tomaso.

Spettacolo a Verona

Bizzarro. Perché Mozart ha suonato proprio a San Tomaso, e non al Duomo, o a Sant’Anastasia o San Zeno? Beh, perché lì si trovava un organo di gran pregio costruito dal piú celebre organaro del tempo: Giuseppe Bonatti. Era dunque lì che un virtuoso era chiamato a misurarsi.

…Si procedette quindi a dipingere il ritratto del Wolfg., e andammo a tavola solo alle 3. Dopo pranzo, ci recammo alla chiesa di S. Tomaso per suonare sui suoi 2 organi;  e nonostante noi avessimo deciso di fare questo mentre eravamo a tavola, e nonostante solo pochi inviti fossero stati mandati al Marchese Carlotti ed al Conte Pedemonte, ugualmente si era radunata una simile folla che a fatica riuscimmo ad uscire dalla carrozza. La ressa era tale che dovemmo entrare passando dal monastero…

(LEOPOLD MOZART, lettera alla moglie, 7 gennaio 1770)

Ancora una volta l’esibizione fu un trionfo. E ancora una volta, come a Civita Castellana, troviamo un organo sulla strada di Mozart. Già, ma con una differenza: che questo non è mai stato sostituito. L’organo di Bonatti e Mozart è ancora lì, esattamente com’era all’epoca, ancora perfettamente funzionante.

Ed è questo che siamo finalmente qui ad ascoltare, ancora un 7 di gennaio, duecentoquarantanove anni dopo.

Affinità e divergenze tra il maestro Mozart e me

Però attenzione: Leopold parla di “due organi di San Tomaso”, uno dei quali non si sa che fine abbia fatto. Magari era proprio quello suonato dal figlio. Sarebbe una bella beffa, ma per fortuna ora sappiamo che non è così. Chiediamo infatti il permesso di vedere l’organo, e ci viene consigliato di osservare il rivestimento dorato della canna centrale, e notare ancora oggi l’incisione di tre iniziali: W.S.M. Che starebbero per: Wolfgang Salizburian Mozart.

Proprio così: il ragazzo, perché era un ragazzo in fondo, pensò di immortalare il suo passaggio incidendo le proprie iniziali sul legno dello strumento…

Fermi tutti!

Ma questo è un nuovo clamoroso punto di contatto tra la biografia di Mozart e la mia! Cioè, oltre ad aver patito entrambi il freddo in estate a Civita Castellana (ricordate?), ora viene fuori che abbiamo entrambi vandalizzato uno strumento in tenera età!

Che dire, non so se scopriremo ancora simili vette di affinità tra il maestro Mozart e me, ma di certo questo viaggio non può fermarsi qua.

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