Un giorno a Marsiglia, la mediterranea

Non stupirà se la prima volta che ho avuto un’idea di Marsiglia fu guardando un film: The French Connection ( da noi “Il Braccio Violento della Legge”), pietra miliare del cinema d’azione di William Friedkin. La curiosità semmai è che in quel film Marsiglia quasi non compaia. Alcune inquadrature, quel tanto che basta per accendere il contrasto con New York, la città dei grattacieli e il fumo che esce dai tombini. Marsiglia appariva invece come la metropoli mediterranea, dei vicoli tortuosi che sembravano appartenere tutti ad uno stesso quartiere. Un quartiere malfamato, di sicuro.

Le Panier, l’anima di Marsiglia

Il modo migliore per entrarci oggi è passare da rue de la République. Questa dovete immaginarla come uno di quei grandi boulevard parigini: ai due lati corrono schiere ininterrotte di alti palazzi signorili, ma all’altezza della strada, tra una botique e l’altra, si aprono dei passaggi verso un altro mondo. Perché proprio dietro a questo manifesto di grandeur francese è custodito, o nascosto a seconda dei punti di vista, il più antico quartiere della città: il Panier.

fonte: Wikipedia Commons

Esattamente qui, su una piccola collinetta, nel VI secolo a.C. i greci fondarono la colonia di Massena. Nei secoli successivi, con l’espansione della città, il Panier divenne il quartiere dei pescatori e dei marinai. E si sa, come ogni zona del porto fu sede di tutti i traffici, soprattutto illegali, e crogiolo di razze e culture. Qui si installarono via via le ondate di corsi, italiani, e infine maghrebini.

Già nei primi anni del ‘900 si parlava di “bonifica”, ma furono i nazisti a pianificarne la distruzione. Il quartiere era simbolo di una corruzione dei costumi e della razza inaccettabile per l’ideologia nazista, e anche rifugio ideale per la Resistenza cittadina. Così nel febbraio 1943, dopo aver rastrellato migliaia di cittadini, la Gestapo fece saltare in aria tutte le case tra rue Caisserie e il porto.

Tra viuzze e street art

Passeggiare nella parte sopravvissuta vuol dire ancora oggi percorrere un reticolo di vicoli, privo di uno schema razionale, tutto angoli e saliscendi. Le case sono rosso mattone o giallo chiaro, con gli scuri e le porte di legno dipinte di blu. Caratteristiche sono piccole piazze in pendenza su cui si affacciano caffè e osterie, dove i vecchi giocano a carte, e i turisti consultano le piantine.

I muri sono ovunque ricoperti di murales dai colori vivaci che testimoniano la svolta arty che ha interessato il quartiere negli ultimi anni. In un vicolo molto suggestivo, le tele esposte in strada invitano ad entrare in un giardino dove sorseggiare un pastis circondati di quadri a tema marinaro. Lo stesso vicolo si apre poi su piazza dei 13 Cantoni, un luogo che cercavo, poiché vi alloggiò uno dei mie travel blogger preferiti: Giacomo Casanova. Solitamente è noto per altro, ma in fondo cos’è stata la sua vita se non un continuo peregrinare da una città all’altra?

Non vi sono città in Francia ove il libertinaggio delle giovani donne si spinga così lontano come a Marsiglia. Non solamente esse si piccano di non rifiutare nulla, ma sono loro le prime a offrire all’uomo ciò che egli non osa sempre chiedere.

GIACOMO CASANOVA, Storia della mia vita

Ok, è stata soprattutto questo, ma comunque in viaggio no? In ogni caso, non posso certo confermare che sia ancora così la situazione qua a Marsiglia. Di sicuro non lo è alle 10 del mattino.

Mi imbatto infine in rue de Panis, la più ricca di botteghe e negozietti. Partendo dal mare, porta sulla sommità della collina e ridiscende verso la città fino ad un parapetto da cui si gode una vista molto peculiare. Da una parte si osserva dall’alto place Carnot, ove si incontrano i grandi viali della Marsiglia imperiale, e pare la finestra su un’altra città in un’altro parallelo. Ma basta girarsi per trovarsi di nuovo di fronte il quartiere della Marsiglia dei secoli scorsi e chissà, forse anche dei prossimi.

Scendo verso il porto e la sagoma della collina meridionale, sormontata dalla chiesa di Notre Dame de la Guarde, mi evoca qualcosa di già visto che non riesco a definire. Ci riuscirò prima di sera, spero.

Il castello d’If, la prigione dei ribelli

Nel primo pomeriggio un battello mi accompagna verso l’isolotto che guarda in faccia il vecchio porto e tutta la città. Su quest’isolotto venne costruito nel secolo XVI una fortezza che ben presto si trasformò in una prigione da cui nessuno mai riuscì a fuggire. O meglio, uno sì: Edmond Dantes, il Conte di Montecristo.

Dantès si alzò, tese lo sguardo verso il punto a cui sembrava dirigersi il battello e vide a cento tese lontano innalzarsi la nera e scoscesa roccia sulla quale sorge come una escrescenza di silice il nero Castello d’If.

ALEXANDRE DUMAS, Il Conte di Montecristo

In un pomeriggio di mezza estate lo scenario è naturalmente diverso. Il mare è sorprendentemente azzurro per essere quello di un porto. Dicono sia per la sua immediata profondità e le forti correnti che spazzano le acque. Le pietre del castello scintillano sotto la luce del sole, ma questo non basta a togliere l’aura di minacciosa severità che avvolge la fortezza.

Essenziale e quasi monolitico, il forte a pianta quadrata si sviluppa su due piani attorno ad un piccolo cortile. Nelle celle del piano terra venivano ammassati i prigionieri comuni. Al piano nobile si trovavano invece le “pistole”, celle più ampie, con camino e finestre, dove i più ricchi potevano pagarsi un trattamento migliore (“pistola” era una moneta dell’epoca). Ancora oggi è riconoscibile la cella del conte Mirabeu, poi protagonista della Rivoluzione. In queste stanze si nota subito il contrasto tra la penombra e la luce abbagliante che proviene dalle finestre, dove le inferriate affettano il mare azzurro e luccicante, solcato da navi che entrano ed escono dal porto. E non lo so quale fosse la tortura peggiore: non vedere nulla come di sotto, o vedere il mondo libero a poche centinaia di metri.

Per incuriosire i turisti hanno ricostruito anche la cella di Dantes e dell’abate Faria, con tanto di tunnel tra le due. Personalmente trovo più interessanti le oltre cento iscrizioni scolpite sulle mura del cortile interno. Cosa vorranno dire?

Nel 1848, circa 200 rivoluzionari vennero imprigionati qui, e decisero di iscrivere il proprio nome sulle pietre del carcere come testimonianza e monito per il futuro. Forse in seguito ad una rivolta. il governatore del carcere permise l’opera, che appare infatti ordinata e condotta con perizia. Nel 1856 altri repubblicani anti-napoleonici, e nel 1871 i comunardi marsigliesi, vennero qui rinchiusi. Anch’essi, proprio incoraggiati dai nomi dei predecessori, decisero di iscrivere il proprio nome in questa sorta di memoriale.

Una storia che in parte mi ha ricordato i graffiti di Palazzo Steri. Certo, la portata storica se non addirittura artistica di quelli è decisamente superiore. Tuttavia restano gli uni e gli altri testimonianza degli abusi del potere politico.

Finché solco le acque sulla via del ritorno, il pensiero di un’isola davanti alla città che ospita una prigione mi evoca di nuovo qualcosa, ma ancora non capisco cosa.

The streets of Marsiglia

Non appena toccata terra, comincio la lotta contro il tempo per raggiungere prima della chiusura la chiesa di Notre-Dame de la Garde che domina la città. Non ho il tempo per aspettare la navetta, decido allora di rischiare la corsa a piedi. Scopro che le strade che portano sulla collina non prevedono tornanti, ma sono interminabili rettilinei, che scalano ripidi la sommità, come scale gettate sulle mura di un castello assediato.

Man mano che salgo, la sagoma della chiesa comincia a stagliarsi verso il cielo. Lo stile appare neo bizantino, come quello della cattedrale gemella nei pressi del porto. La costruzione è molto recente, completata nel 1853 sui resti di un’antica cappella. Esternamente una scalinata scenografica conduce all’ingresso, sovrastato da un campanile che pare più un faro. E davanti all’ingresso un bodyguard tipo discoteca mi fa segno che le visite son terminate.

Impossibile. Ero sicuro di aver letto che l’ultimo ingresso era alle 19.30, quindi ero in tempo per ben due minuti. Solo oggi, consultando nuovamente il sito ufficiale ho capito. La pagina francese, cioè l’originale, scrive chiaramente che l’ultima entrata è prevista alle 18.30. Solo che quel giorno io avevo letto la versione in italiano(sempre ufficiale), dove si parla di un fantomatico orario estivo prolungato fino alle 20 che non esiste. Ma perché? Forse è l’ennesima burla dei cuginastri a chi non parla la loro lingua? Che fanatici.

Sta di fatto che resto fuori. E in fondo mi dispiace relativamente, l’interno è ancora più recente dell’esterno e in ogni caso lo spettacolo migliore è il panorama. L’ora è prossima al tramonto, il sole si posa sull’orizzonte e avvolge di arancione la città bianca che si estende disordinatamente a perdita d’occhio. Vedo le strade dalle pendenze impossibili che scendono verso il porto, e oltre il porto l’isola d’If, la prigione da cui era impossibile evadere…e come illuminato da un ultimo raggio di sole, capisco. Ecco dove ho già visto tutto questo.

Dal Mediterraneo al Pacifico

Il profilo della città con l’altura sormontata da una specie di torre, le strade dritte e interminabili che sfidano le colline, scenario ideale per inseguimenti da film, e poi l’isolotto con la prigione di massima sicurezza che ha ispirato cinema e letteratura; l’aria di mare, l’incrocio di razze: certo qui fa molto caldo, non ci sono le raffiche di vento a tradimento girato l’angolo, e soprattutto non ci sono i grattacieli. Ma il parallelismo è inevitabile. Chiudo gli occhi e per un attimo sono di nuovo a San Francisco, la Marsiglia del. Pacifico.