Beethoven a Vienna, dal Romanticismo alla Secessione

Vienna, maggio 1804.

Quella sera tutto il palazzo del principe Lobkowitz risuonava delle note che provenivano dalla sala delle accademie. Compositori, musicisti, mecenati erano corsi ad ascoltare la prima esecuzione del nuovo lavoro di Ludwig Van Beethoven. Nessuno però era preparato a quello che avrebbe sentito in quell’ora di musica torrenziale. Pochi, al termine, capirono di aver assistito all’inizio del nuovo secolo.

Per spiegare perché occorre tornare indietro di qualche mese e spostarsi nei sobborghi della capitale.

Heiligenstadt, i giorni dell’ira

Il quartiere di Heiligenstadt sorge su una collina all’estremità settentrionale di Vienna. Si raggiunge facilmente con il tram numero 8. Dal finestrino, lungo il tragitto si osserva il graduale abbassarsi e distanziarsi dei palazzi, il restringersi delle strade, la comparsa delle siepi e dei giardini.

Oh, avevo detto “facilmente”. In realtà, da un certo punto in poi le fermate hanno tutte lo stesso nome. Così è un attimo e mi ritrovo a camminare un buon tratto a piedi, ma attraversando un parco ombreggiato una statua mi fa capire di essere ormai nel posto giusto. Perché proprio qui, in questo villaggio ora raggiunto dalla città, in una casa di due piani dipinta di bianco, Beethoven visse tra il 1802 e il 1804.

Oggi l’edificio è stato trasformato nel Museo Beethoven. Nelle sue stanze viene ripercorsa la parabola del compositore con l’aiuto di stampe, testimonianze dell’epoca e supporti multimediali. In particolare, una sezione è dedicata a ricostruire la sua lotta contro la sordità, che proprio nei mesi precedenti a quel soggiorno aveva dato i primi preoccupanti segnali. Anzi, è proprio su consiglio dei medici che Beethoven si era ritirato in campagna nella speranza di curare il suo udito, lontano dal frastuono della città. Ma i risultati non arrivarono.

Il testamento di Heiligenstadt

Risale a quei giorni una drammatica lettera ai fratelli, nota oggi come Testamento di Heiligenstadt, in cui il compositore confessò l’insorgere della malattia e la profonda angoscia che ne era derivata. Il testo integrale viene qui proiettato su tre pareti, e leggendolo si coglie tuttavia anche un’accettazione della nuova condizione che ha più i toni della sfida che della rassegnazione. Ed è in questo contesto di crisi e rinnovamento spirituale dunque che Beethoven cominciò ad elaborare la sua nuova sinfonia.

La Terza Sinfonia, l’alba di un nuovo secolo

Sono solo parzialmente soddisfatto delle opere che ho scritto finora. D’ora in avanti batterò una nuova via.

LUDWIG VAN BEETHOVEN, Lettera all’amico Krumpholz, 1802

Con la terza sinfonia Beethoven diede corpo per la prima volta a una nuova concezione della musica che aveva maturato. L’artista non poteva più inseguire un risultato puramente estetico, seppur sublime come era accaduto con Mozart. Beethoven voleva che la sua musica portasse un messaggio al pubblico, anzi al popolo; le forme musicali stesse dovevano essere liberate al fine di esprimere il sentimento, le idee dell’artista. E quel che aveva in testa Beethoven in quel momento, ispirato anche dalle vicende personali, era la lotta eroica dell’uomo, la sua aspirazione a un destino di liberazione dalle sofferenze.

Fu quasi naturale allora intitolarla come l’uomo che in quegli anni stava sconvolgendo l’intera Europa. La Terza Sinfonia di Beethoven: “Bonaparte”. Suona anche bene, ma non finì così. Ce lo racconta Reis, un suo allievo.

…Fui il primo a portargli la notizia che Buonaparte si era proclamato imperatore, al che ebbe uno scatto d’ira ed esclamò: “Anch’egli non è altro che un uomo comune. Ora calpesterà tutti i diritti dell’uomo e asseconderà solo la sua ambizione; si collocherà più in alto di tutti gli altri, diventerà un tiranno!” Andò al suo tavolo, afferrò il frontespizio, lo stracciò e lo buttò per terra.

FERDINAND REIS , Appunti biografici su Beethoven, 1835

Oh, diciamo la verità. Se Beethoven avesse davvero intitolato la Terza Sinfonia “Bonaparte” e avesse eseguito la prima a Parigi, per noi che ora siamo a Vienna, sarebbe una bella scocciatura.

Invece l’intitoló più genericamente “Eroica” e la dedicò al principe Lobkowitz, un personaggio un po’ meno famoso di Napoleone, ma grande appassionato di musica. Tanto che destinò una sala del suo splendido palazzo ai concerti, e per ringraziare Beethoven della dedica ospitò proprio lì la prima esecuzione della Terza Sinfonia, esattamente quella sera del maggio 1804.

Oggi quel palazzo ospita Il Museo del Teatro austriaco, si trova in Lobkowitz Platz, poco lontano dall’Albertina, e direi che è arrivato il momento di andarci.

Nella Sala dell’Eroica

Il Museo del Teatro è piccolo ma interessante, ci sono costumi, scenografie e cimeli legati ai capolavori della storia dell’opera. Inoltre ospita una ricca pinacoteca in cui domina il Trittico del Giudizio di Bosch.

Al primo piano, una sala è dominata da una volta affrescata con il trionfo delle arti. Infatti era in origine destinata agli eventi dell’Accademia, ma dalla seconda metà del ‘700 diventò la sala per i grandi eventi musicali. E fu uno di questi a darle un nome per l’eternità: è la Sala dell’Eroica.

La prima cosa che colpisce una volta entrati sono le sue dimensioni: è piccola! Ma all’epoca era così. La musica strumentale non aveva accesso ai teatri. Si suonava nei salotti, come sottofondo di giochi e ozi dei nobili. Però attenzione: ché la dimensione delle orchestre era invece già sovrapponibile a quella attuale. Ora, avete mai ascoltato la terza sinfonia di Beethoven dal vivo? Bene, se un giorno verrete qui, provate ad immaginare l’effetto che dovettero fare quel tuonare di fiati, quelle esplosioni improvvise di archi in questa sala: tre, quattro volte più piccola di un qualsiasi teatro di oggi!

Si comprende ancora di più allora lo stupore e l’impressione controversa che l’opera suscitò nei presenti. Del resto nessuno studioso discute oggi il ruolo che la Terza Sinfonia ha ricoperto nella storia della musica occidentale. Con essa Beethoven cominciò a portare il classicismo viennese ai suoi limiti estremi, fino a influenzare un secolo di romanticismo, fino a sfiorare le avanguardie del ‘900. E infatti di tanti luoghi legati alla vita di Beethoven qui a Vienna, quello più significativo è uno in cui il compositore non mise mai piede, perché ancora non esisteva: il Palazzo della Secessione.

Può sembrare strano. Cosa c’è di più lontano della Vienna imperiale di Lobkowitz e Metternich dalla Vienna crepuscolare di Klimt e Freud? Già.

Il Palazzo della Secessione

Quando nel 1893 un gruppo di artisti si staccò dall’Accademia delle Belle Arti dando vita alla Secessione viennese, si pose subito il problema di dove esporre le nuove opere. Nacque così l’idea di realizzare un palazzo la cui architettura stessa fosse già un manifesto del movimento.

L’ingresso disegnato da Klimt ha l’essenzialità e la solennità di un tempio greco, quasi una porta verso un mondo di iniziati, e a rinforzare questa aura mistica l’iconica cupola d’oro si staglia inconfondibile sul cielo lattiginoso. Soprattutto in un giorno come questo, con i colori spenti di una primavera ancora in letargo, questo globo di foglie di lauro placcate d’oro appare tra i palazzi del Ring come un oggetto alieno. Un simbolo di come ciò che è ornamento può essere struttura: le foglie si sorreggono l’una con l’altra, ed è proprio attraverso i vuoti lasciati dall’intreccio che la luce illumina all’interno l’ambiente espositivo.

Qui, dunque, i secessionisti allestirono le loro esposizioni, eventi sempre più ricercati, inseguendo quella forma di arte totale che era la loro ossessione. E una sera del 1902, tutto sembrò realizzarsi.

Il Fregio di Klimt e Beethoven

FONTE: Wiki Commons

La XIV esposizione della Secessione avrebbe dovuto ruotare attorno alla nuova opera di Kingler: una statua in marmo policromo di un compositore a noi ormai familiare, imponente come un Giove di Fidia. Nella sala accanto, un fregio di Klimt lungo 24 metri trasformava in immagini l’epopea della Nona Sinfonia.

Il Beethovenfries, recuperato e restaurato nel 1974, si trova ora in una sala che ricostruisce la sezione dell’esposizione originale. I pannelli in legno dipinto sono disposti su tre pareti che Klimt stesso aveva intitolato: “l’anelito alla felicità”, “le forze ostili” e “il trionfo della gioia”. Un cavaliere con le sembianze di Gustav Mahler si prepara ad affrontare il cammino verso la felicità, rappresentata sulla terza parete dall’incontro con l’amore esaltato dalle arti.

Ma come sovente accade sono le forze del male, sulla seconda parete, a rappresentare una calamita irresistibile per lo sguardo. Impossibile non farsi irretire da quelle malefiche entità femminili. Tutta l’arte di Klimt si disvela nel racchiudere nello sguardo di quella figura fulva, accoccolata accanto alla bestia, la potenza seduttrice del male. E resta un mistero come un tratto così fine e raffinato possa trasmettere un senso di disgusto come quello suscitato dalla laida adiposa e dalla bestia scimmiesca.

Purtroppo oggi non è possibile ricreare l’interazione con le altre opere di quella prima esposizione. Primo perché la statua di Klinger è a Lipsia, ma soprattutto perché certe sinergie si concretizzano in un attimo fuggente nella storia, e non sono replicabili. A noi restano i racconti per immaginare. Come questo, di un personaggio che incontreremo ancora in questo viaggio:

Vienna, maggio 1902

…I pittori avevano riempito le pareti con affreschi allegorici riferiti a Beethoven e, al centro della sala, doveva essere esposto per la prima volta il Beethoven di Klinger. Allora venne da noi Moll e pregò Mahler di dirigere per questa inaugurazione […]. Intimidito, Klinger varcò la soglia della sala, rimase come impietrito quando dall’alto risuonarono questi suoni. Non poté trattenere la commozione, e sul viso cominciarono a scorrergli lentamente le lacrime”.

ALMA MAHLER

Lo possiamo capire. Davvero quella sera si realizzò il sogno dei secessionisti: la scultura di Klinger, il Fregio di Klimt ispirato alla Nona Sinfonia, e nell’aria le note della sinfonia stessa diretta da Gustav Mahler, il cavaliere, l’ultimo eroe del sinfonismo germanico. In una parola: l’arte totale come sognata da Wagner, l’insieme delle arti che si mescolano e contaminano l’una con l’altra. Ispirate da lui, Ludwig Van Beethoven, il titano che ha inaugurato due secoli.