Saint-Rémy: dove i cipressi indicarono a Van Gogh le stelle

Avevamo lasciato il nostro tormentato pittore su una carrozza che lo conduceva a Saint-Rémy-de-Provence, dove un monastero immerso nella campagna provenzale l’avrebbe accolto tra le sue mura. Chissà se sarà ancora così, mi domando mentre la corriera partita da Arles attraversa i campi di grano e di lavanda. Temo che, come accaduto altrove, l’urbanizzazione abbia finito per inglobare il contado. Invece scopro subito che il paese è rimasto piccolo, raccolto attorno al suo antico campanile. Il monastero si trova a mezz’ora di cammino dall’abitato, e decido di inoltrarmi a piedi, ma tutto mi sarei aspettato di vedere ad un tratto, tranne un arco di trionfo romano spuntare dal nulla.

Glanum, sono pazzi questi romani!

Proprio così, tra gli alberi appaiono i resti di un arco di trionfo, al cui fianco si innalza un mausoleo circondato di bassorilievi eccezionalmente conservati. Sono rovine già note ai tempi di Van Gogh con il nome di Les Antiques, ma per secoli nessuno aveva pensato a quale fosse la loro origine. Solo nel 1860 cominciarono gli scavi che portarono alla luce la città di Glanum.

Il sito si estende in una piccola valle insinuata tra le ultime propaggini delle Alpilles. Risalendo alla testa della valle si ripercorre a ritroso la storia della città. A ridosso del monte si insediò infatti per prima una tribù di Galli, mentre i coloni greci giunsero dalla costa nel VI secolo a.C. Furono poi i Romani a dare alla città la sua fisionomia definitiva nel I secolo a.C. : con i templi, le terme, il foro.

E le fogne. Tutto bello, ma la cosa che più mi ha colpito era la capillarità del sistema fognario. Ai lati della via principale si vedono benissimo delle scanalature, su cui si aprono ancora gli scoli che scaricavano le acque nere dalle singole abitazioni. E poi tutto veniva convogliato in un canale che scorreva al di sotto della pavimentazione stradale. A pensare per quanti secoli in seguito le città europee avrebbero avuto le fogne a cielo aperto, davvero viene da domandarsi: ma quanto erano forti i Romani?

VINCENT VAN GOGH: Notte Stellata, Saint-Rémy

Salgo sulla collinetta che domina le rovine e che fu probabilmente il più antico luogo di culto. Da lì lo sguardo può spingersi fino al piccolo manicomio, poi sulle distese di olivi attorno, e in fondo sulla piccola città di Saint-Rémy con il tipico campanile, e oltre le montagne.

Oh, era così facile? Questa sembra proprio la visuale del secondo capolavoro notturno di Van Gogh: Notte Stellata, che prosegue il viaggio verso l’espressionismo cominciato con Notte Stellata sul Rodano. Ho fatto ambo.

O così sembrerebbe.

Il monastero di Saint-Paul: il manicomio di Van Gogh

Il monastero di Saint-Paul-de-Mausole venne costruito attorno all’anno 1000 e fin dalle sue origini fu destinato al ricovero dei malati. Con la Rivoluzione del 1789 venne secolarizzato ed acquistato da alcuni laici che ne affidarono la gestione ad un medico perché lo sviluppasse come ospedale psichiatrico. Nel 1889 uno dei suoi successori, il Dr. Peyron, conobbe Van Gogh e accettò di accoglierlo per curarlo.

Ancora oggi un’ala è dedicata al ricovero dei malati di mente, e il percorso turistico è disposto in modo tale da non interferire. L’origine medioevale del monastero è testimoniata prima di tutto da una bella chiesa romanica, purtroppo spoglia al suo interno, affiancata da un massiccio campanile. Anche il chiostro, raccolto, mantiene un fascino antico, e non sorprenderebbe più di tanto se attraverso le arcate si scorgesse un monaco amanuense passeggiare.

E’ curioso che Van Gogh, un’artista con una forte seppur eterodossa tensione religiosa non abbia mostrato interesse per queste testimonianze artistiche e storiche di un certo rilievo. In effetti il chiostro compare in un suo dipinto, ma solo come sfondo per i fiori e le piante racchiusi al suo interno. Nemmeno ad Arles la meravigliosa basilica attirò la sua attenzione. Inutile anche cercare nelle lettere tracce di ammirazione per le imponenti Antiques. La natura: questa era la sua ossessione.

Dal chiostro si può accedere al secondo piano dove un tempo erano disposte le stanze dei malati. Una è stata arredata ricostruendo l’arredo spartano dell’antica camera di Van Gogh, che ora non c’è più, ma ci interessa relativamente.

Tra olivi e cipressi e vento di maestrale

Dico la verità, il monastero è grazioso, ma non racconta poi molto di Van Gogh, che del resto cercava di uscirne ogni volta che poteva. Era la natura provenzale ad affascinarlo e ispirarlo, l’abbiamo visto, ed è in quello stesso paesaggio che abbiamo fretta di immergerci anche noi.

Subito attorno al monastero si estendono a macchia di leopardo campi di ulivi dai tronchi e dai rami contorti. Opera del mistral, sicuramente. Una luce calda e invadente rimbalza dalla terra, dalle siepi, dai campi bruciati e avvolge il paesaggio come un sudario. Solo qui, inoltrandomi nella campagna aperta posso finalmente immaginare le sensazioni visive sperimentate da Van Gogh, che scriveva al fratello:

In tutto c’è dell’oro antico, del bronzo, si direbbe del rame, e ciò, con l’azzurro verde del cielo scaldato fino a diventare bianco, dà un colore delizioso…

VINCENT VAN GOGH, Lettera a Theo, giugno 1888

E basta pensare a opere come Seminatore al tramonto per capire come queste suggestioni cromatiche siano state tradotte su tela con una forza che sfiora l’espressionismo.

Solo alcuni elementi paiono in qualche modo estranei a questo panorama. Sono i cipressi, gli unici corpi ad opporsi all’invadenza del giallo e dell’ocra. Anche nell’ora più calda il loro verde intenso resiste e mantiene sfumature quasi blu.

Ero abituato a vedere i cipressi in filari ordinati, nei cimiteri o nei viali delle ville patrizie.  Non appartengono poi molto alla “nostra” natura selvatica. Invece qui crescono spontanei disordinatamente e rompono l’uniformità del colore e il profilo del paesaggio. Non stupisce che siano diventati un soggetto costante, quasi ossessivo dell’ultima stagione di Van Gogh: loro e le stelle.

Questa faccenda delle stelle mi aveva già sorpreso ad Arles. Dopo una giornata calda, afosa, com’era possibile vederne così tante?  La cappa di umidità dovrebbe appannare l’orizzonte e il cielo. Ma siamo in Provenza, la terra del mistral. Ancora.

A parte Carducci e le previsioni del meteo, del mistral lessi la prima volta nelle lettere a Theo. Vincent se ne lamentava perché quando stava all’aperto gli impediva di muovere come voleva il pennello. Un impiccio insomma, ma giunto qui ho capito che è molto di più: perché è proprio questo vento che da nord si incanala nella Valle del Rodano e si getta sul Mediterraneo a 130 km/h ad aver modellato il paesaggio. È per proteggere le campane dal mistral, che i campanili sono sormontati da una gabbia di ferro, ricordate? E sono i suoi soffi potenti che piegano i tronchi dei giovani ulivi e spazzano via l’afa rendendo le notti così stellate.

Sulle notti stellate di Van Gogh

Fonte: elapsus.it

Che gli astri suscitassero in Van Gogh un’attenzione particolare appare evidente dalla cura con cui li disponeva sulla tela. Tanto da consentire ad illustri astronomi di discutere sulla collocazione temporale del suo più noto notturno e persino, pensate un po’, a giungere ad un accordo. Sono riconoscibili Andromeda accanto alla cima del cipresso e la costellazione dei Pesci, ma è Venere, il globo di luce bianca in basso, appena sopra l’orizzonte, la chiave dell’enigma. E’ tra maggio e giugno che il pianeta assume quella posizione prima dell’alba e quella luminosità. Incrociando questo dato con la fase lunare rappresentata si è giunti a concludere che Van Gogh abbia dipinto uno delle sue opere più celebri all’alba del 23 maggio 1889 dalla finestra della sua stanza, da cui si osservava esattamente quello spicchio di cielo.

Dunque mi ero sbagliato. Durante la visita di Glanum mi ero infatti convinto osservando il paesino di Saint-Rémy sullo sfondo, che fosse da quella posizione che era stato dipinta una delle icone dell’arte moderna. Invece no. Ma allora che paese è quello che si vede nel quadro? Nessuno che si possa osservare da una qualsiasi finestra del manicomio.

Comincio a pensare che Van Gogh quella notte abbia ricomposto sulla tela una sintesi degli elementi che in quei mesi lo avevano colpito: le Alpilles, i campanili, i cipressi, gli ulivi, le stelle. E le galassie. Certo, ne aveva parlato a Theo dopo un’escursione in barca (“finalmente il Mediterraneo” cit.), e ora non sembra che ogni singola stella sia una piccola galassia? Qui e ancora di più in Sentiero di notte in Provenza solo i colori distinguono ormai i diversi corpi. Le pennellate vorticose tratteggiano indistintamente rami, viandanti, astri, sentieri. Il cielo è un unico grande vortice che sembra risucchiare il paesaggio dentro di sé.

Il Sentiero di notte sarebbe stato anche il suo ultimo lavoro a Saint-Rémy. Dal maggio 1890 Van Gogh venne dimesso e tornò a Parigi a riabbracciare Theo.

Due mesi dopo morì.

Provenza addio

Tornando da Saint-Rémy, provo a immaginare cosa dovette pensare Van Gogh durante il viaggio che lo riportava a Parigi. Aveva tanto sognato questo meridione francese. E quel che vi trovò al posto del successo fu il dramma della follia e dell’internamento. Eppure proprio qui dipinse i suoi capolavori più noti, e solo qui l’avrebbe potuto fare: ispirato dal sole, dai campi di grano, dagli ulivi, dal mistral, e dai cipressi proiettati come antenne verso le notti stellate. Ispirato soprattutto da queste sfumature di luce che hanno colpito anche noi fin dai primi giorni.

A noi hanno ispirato niente più che queste pagine, ma va benissimo così. E anche stavolta posso tornare a casa.