Mahler, Kokoschka e Mahler: la musa e i geni.

Una mattina del 1920 a Vienna la polizia si presentò a casa di Oskar Kokoschka, noto pittore, perché nel suo giardino il postino aveva avvistato il cadavere di una donna decapitata. Il medico che li accompagnava si avvicinò al corpo, ma subito si voltò per esclamare: “Signori, ma questo è un pupazzo!”.

Una storia bizzarra che in un certo senso cominciò dove siamo ora, in Karlsplatz, dove nel 1713 al termine di un’epidemia di peste, l’Imperatore Carlo VI aveva fatto erigere una chiesa e consacrarla a San Carlo Borromeo.

Karlskirche o il Taj Mahal

La Karlskirche domina il lato meridionale della piazza. La facciata presenta un pronao neoclassico affiancato da due colonne rivestite da un fregio a spirale. Una cupola barocca e due torrette campanarie vagamente orientaleggianti completano l’eclettica skyline. A leggerlo sembrerebbe un trionfo del kitsch, e invece l’insieme appare incredibilmente armonioso e decisamente originale.

Oddio, qualcosa a me ricorda. Sarà lo specchio d’acqua antistante, sarà il candore della pietra a mezzogiorno, ma me sembra il Taj Mahal. Forse è perché ho visto un sacco di indiani in metro.

In ogni caso, fu in questa chiesa che il 9 marzo 1902 Gustav Mahler sposò Alma Schindler.

La quinta di Mahler

Particolare del Beethovfries di Gustav Klimt

Avevamo lasciato Mahler nel Palazzo della Secessione, immortalato da Klimt come un cavaliere dorato nel monumentale Beethovenfries (ricordate?). In quegli anni Mahler era il direttore d’orchestra più famoso al mondo, eppure era un uomo tormentato.

L’estate precedente aveva cercato lontano dalla metropoli l’ispirazione per la sua opera più ambiziosa: la quinta sinfonia, di cui aveva composto i primi due movimenti. Monumentali, cupi, a tratti disperati, nessuno spiraglio di luce è lasciato in essi all’ascoltatore.

Ecco però che l’estate del 1902, sulle stesse rive del lago Warthersee arrivò un uomo nuovo. I tre movimenti con cui concluse l’opera squarciano le nubi funeree della prima parte e sembrano descrivere il trionfo della vita sulla morte. Era la prima volta che Mahler riusciva a portare nella sua musica l’intero caleidoscopio di emozioni.

Nella quinta sinfonia di Mahler troviamo tutto quanto può eccitare l’animo umano.

BRUNO WALTER

Cos’era dunque successo? Davvero poteva essere Alma, la giovane moglie che l’aveva accompagnato ad aver compiuto questo miracolo?

La Musa della Secessione

Alma Schindler era nata nel 1879. Figlia adottiva del pittore Carl Moll, uno dei fondatori della Secessione, era cresciuta leggendo Nietsche e studiando composizione. Quando conobbe Mahler era già stata protagonista di una rocambolesca avventura veneziana con Klimt. Aveva ventidue anni, ed era considerata la donna più bella di Vienna. L’infatuazione per Mahler, vent’anni più vecchio e più noto per il carattere impossibile che per la bellezza, sorprese tutti i salotti dell’Impero. Noi no, ma solo perché conosciamo il resto della storia.

E’ proprio Alma che ci racconta nel suo diario la genesi della Quinta di Mahler, nel corso di quell’estate del 1902: i dubbi, gli slanci creativi, le soluzioni trovate. Fino alla sera del 24 agosto, quando Gustav finalmente le suonò al pianoforte l’intera sinfonia conclusa.

In questa Sinfonia, una violenta battaglia ha contrapposto l’Ego di mio marito con l’Universo. Qui il suo “Io” si è rafforzato, non si lamenta più per le tragedie del mondo e per le proprie sventure, non piange più su se stesso. Qui Gustav si prende la rivincita.

ALMA MAHLER, Autobiografia

La Staatsoper, monumento a Mahler

Sarebbe bello per la nostra storia poter raccontare che con quel capolavoro Mahler raggiunse il tanto agognato riconoscimento come compositore, ma non fu così. Per i suoi contemporanei egli restò soprattutto il grande direttore della Staatsoper, il Teatro imperiale. Costruito nel 1868, primo palazzo del Ring, il teatro ha avuto come direttori Strauss, Toscanini, Furtwangler, Von Karajan, Abbado. Eppure ancora oggi l’eredità di Mahler aleggia ingombrante, simboleggiata dal poderoso busto scolpito da Rodin che si può ammirare nel Foyer.

Le bacchette dei direttori dei Wiener Philarmoniker

E pensare che il suo incarico fu relativamente breve. Nel 1907 infatti seguì il richiamo di una nuova futuristica avventura: la Filarmonica di New York. Il successo fu strepitoso, ma presto Mahler dovette tornare a Vienna. Un’endocardite maligna lo stava consumando, e soprattutto il matrimonio con Alma era entrato i crisi.

Sublime prevedibilità di Sigmund Freud

Innamorato, certo, ma anche nevrotico ed egocentrico, Gustav aveva preteso che la moglie abbandonasse la musica e si allontanasse dalla vita artistica della città. Di compositori in casa ne basta uno, diceva. Al tempo stesso il carattere glaciale gli impediva di offrirle almeno la passionalità che lei cercava.

Fatto sta che nel 1910 Alma conobbe un giovane architetto: Walter Gropius. Si amarono in clandestinità fino a quando Gropius spedì per errore una lettera a Gustav anziché a lei.

SIGMUND FREUD

Chissà cosa direbbe Freud di questi “errori” che ancora oggi fanno strage di coppie, seppur con una diversa tecnologia… Non lo sappiamo. Sappiamo però cosa pensò di Gustav ed Alma. Il compositore, annichilito dal tradimento, chiese infatti aiuto all’inventore della psicanalisi nell’estate del 1910.

…la moglie Alma amava suo padre Rudolf Schindler e non poteva che cercare e amare quel tipo di uomo. L’età di Mahler, di cui aveva tanta paura, era proprio ciò che lo rendeva così attraente agli occhi della moglie.

SIGMUND FREUD

Ma guarda, una diagnosi che non avrei mai immaginato…

Comunque, il povero Mahler non ebbe molto tempo per seguire i consigli del dottore. Morì il 18 maggio 1911.

Alma restò così vedova, trentenne e ancora bellissima. Passarono alcuni mesi, e il padre le presentò un giovane pittore “dalle scarpe rotte e i modi selvatici”, che però era già sotto l’ala protettiva di Klimt, e questo a Vienna contava. Il giorno dopo il loro primo incontro, il giovane chiese ad Alma di sposarlo. E Alma rispose: “Certo, ti sposerò. Quando avrai dipinto un capolavoro”.

E fu così che Oskar Kokoschka tornò a casa e dipinse La Sposa del Vento.

Il Leopold Museum e Kokoschka il “selvaggio”.

In realtà qualche capolavoro il nostro innamorato l’aveva già dipinto. Quando nel 1908 aveva esposto per la prima volta al Kunstschau (Art Show) della Secessione, le reazioni erano state abnormi. Se Egon Schiele trovò in lui un grandissima fonte di ispirazione, la critica lo definì “un selvaggio”. E si capisce. Kokoschka fu il primo a irrompere nel mondo viennese con quei colori violenti e stridenti fra loro, e quelle linee dure e spigolose a descrivere i corpi. In una parola: l’espressionismo.

RITRATTO DI ADOLF LOSS

Lo possiamo ammirare nelle opere esposte in questi giorni al Leopold Museum: una sequenza meravigliosa che testimonia di fatto la nascita del ritratto psicologico. I lineamenti diventano approssimativi, distorti, i colori incoerenti, piegati alla necessità di esprimere i pensieri, i tormenti interiori dei protagonisti. Vediamo l’architetto Adolf Loss, uno dei suoi primi protettori: il pallore quasi spettrale e lo sguardo sospeso nel vuoto nascondono una tensione tradita dalle mani nodose convulsamente avvinghiate l’una all’altra. Vediamo i maestri dell’atonalità: un dubbioso Alban Berg, e uno splendido Arnold Schonberg, colto nell’atto di dirigere, con il volto tratteggiato da pennellate grossolane, dalle quali però emerge lo sguardo penetrante del padre della dodecafonia.

AUTORITRATTO CON BAMBOLA

E poi ci sono gli autoritratti, in cui Kokoschka si mostra in tutta la gamma delle espressioni umane: assorto, sorpreso, malinconico, volitivo. Lo stile selvaggio sembra fatto apposta per esaltare i lineamenti grossolani del suo volto, e viene quasi da pensare che siano stati questi ultimi a influenzare il primo. In alcuni quadri il testone di Kokoschka sembra quasi scolpito nella pietra, come una di quelle teste che da secoli scrutano allineate l’Oceano sull’isola di Pasqua.

All’improvviso, uno degli autoritratti mi lascia senza fiato, perché mi conferma quella che credevo fosse una leggenda. Kokoschka non è solo. Con lui c’è lei, ancora una volta lei: Alma Mahler.

“No scusa, ma quale Alma Mahler? Quello lì è un pupazzo!”

Esatto.

Mahler e Kokoschka, la magnifica ossessione

LA SPOSA DEL VENTO, 1914

Dunque per Alma, Kokoschka avrebbe dovuto dipingere un capolavoro. Difficile non considerare tale La Sposa Del Vento. I due amanti sono sdraiati su un giaciglio le cui linee contorte richiamano il moto del vento o delle onde, e appare come una zattera alla deriva nel cielo. Ma solo lei sta dormendo, incurante o ignara del naufragio. Lui è sveglio, con il corpo accartocciato e lo sguardo angosciato in un senso che forse solo un uomo può capire appieno (una volta tanto). Chissà quante volte Kokoschka si sarà svegliato così, pensando se davvero quella donna bellissima era lì accanto a lui, o se non fosse tutto un sogno, da cui un giorno risvegliarsi. O se un giorno il vento non l’avrebbe portata con sé.

Se ve lo state domandando: ovviamente no, Alma non lo sposò. Ma ugualmente visse con lui una passione tormentata e totalizzante, come mai le sarebbe accaduto in seguito(sempre parole sue). Al punto da spaventarla, al punto da spingerla a fuggire da lui, proprio quando Oskar venne chiamato alle armi.

Lo strano caso della bambola

Era scoppiata la I Guerra Mondiale. Kokoschka venne ferito sul fronte orientale, e poco dopo venne congedato per malattia nervosa. Alma non lo stava aspettando, era andata a Berlino e aveva sposato Gropius che di lì a poco avrebbe fondato il Bauhaus. Non credo si siano più rivisti.

La famigerata bambola

Fu allora che Kokoschka fece costruire un manichino con le sembianze di Alma. Se lo portava nell’atelier e anche a spasso per la città, alle feste. Fino a quando una sera, in uno scatto d’ira, gli fracassò una bottiglia di vino sul capo e lo abbandonò nel giardino. La mattina dopo arrivò la polizia cui avevano segnalato l’assassinio di una donna, ma quello che sembrava sangue era vino rosso. Il resto lo sapete.

Per questo vi dico che quella nel quadro è Alma Mahler. Certo, sembra più l’orsetto con cui dormivo da bambino che la donna eterea che ha sedotto i salotti di Vienna, e infatti pare che Kokoschka se ne lamentò con l’artigiano. Del resto i disegni li aveva fatti lui! Vedi alle volte l’espressionismo…

Alma Mahler, donna del ‘900

Non ho mai amato la musica di Mahler, non mi sono mai veramente interessata a ciò che scrivesse Werfel e non ho mai capito cosa facesse esattamente Gropius, ma Kokoschka sì, Kokoschka mi aveva veramente colpito.

ALMA MAHLER, intervista degli anni ’50.

Cioè l’unico dei quattro che non hai sposato e da cui sei fuggita, mi sembra giusto. Ma va bene così. Sei stata forte, Alma Schindler.