Mantova, la città che si fa palcoscenico

C’è un buon motivo per trovarsi al tramonto su una barca che solca il lago di Mezzo. A me capitò per sbaglio, avrei dovuto prendere un altro battello in verità, ma andò bene così. Perché arriva un momento in cui la luce del sole che scompare oltre la città di Mantova sembra disegnare la sagoma di una grandiosa scenografia teatrale e tutto si trasforma in un palcoscenico gigante. Un palcoscenico in cui basta voltare le spalle alla città e guardare la campagna, per scorgere ai margini del bosco un’arcigna rocchetta.

E a quel punto l’immedesimazione è completa, perché è qui che sta per compiersi il finale di una delle opere più celebri di sempre.

Una censura fortunata

Ritratto di Giuseppe Verdi, GIOVANNI BOLDRINI

Nel 1850 Giuseppe Verdi ricevette l’incarico di scrivere un’opera per il Teatro La Fenice di Venezia. Da tempo sognava di mettere in scena il dramma di Victor Hugo: Le Roi s’amuse. Chiese al suo librettista di fiducia di adattare il testo, una drammatica storia di passione e vendetta.

Non aveva però fatto i conti con la censura austriaca che tacciò l’opera di “ributtante immoralità e oscena trivialità” e impose importanti modifiche. Verdi, in una lettera di fuoco, protestò che l’opera rimaneggiata avrebbe perso tutta la sua forza drammatica ed era pronto a rinunciarvi. Si giunse così ad un compromesso. La trama e la caratterizzazione dei personaggi restarono gli stessi, ma l’ambientazione dovette cambiare. Fu proprio il censore Luigi Martello a proporre di spostare il tutto a Mantova, città dove era stato ufficiale di polizia e che conosceva molto bene.

Nacque così il nuovo libretto. Il Re di Francia divenne il Duca di Mantova, il Palazzo Reale il Palazzo Ducale, e il gobbo Triboulet fu ribattezzato Rigoletto.

La Mantova di Rigoletto

La “casa di Rigoletto”

La cosa buffa è che il Martello seppe inserire così bene l’opera nella nuova ambientazione, che riesce difficile pensarne ora una diversa.

La vicenda si svolge di fatto in tre luoghi: il Palazzo Ducale, la casa di Rigoletto e la locanda di Sparafucile. Il Palazzo Ducale lo conosciamo tutti: è uno dei simboli del Rinascimento italiano, custode di capolavori dell’arte mondiale come la Camera degli Sposi del Mantegna. La casa di Rigoletto si trova poco distante, in piazza Sordello. Ovviamente non è mai stata abitata da un buffone gobbo, e anche l’ubicazione non è molto compatibile con la sceneggiatura, ma l’aspetto sì. E’ una casa rinascimentale, una delle poche ancora in piedi, e poi ha un balcone ideale per immaginarvi la serenata del Duca.

Va beh, si dirà, ma è ovvio che tutti i luoghi siano di fantasia.

La “locanda di Sparafucile”

Invece no, non del tutto. Perché sull’altra sponda del lago di Mezzo, già all’epoca di Verdi sopravviveva solitaria una rocca, un tempo parte del borgo di San Giorgio. Così isolata, circondata dal bosco e dalla nebbia, dovette sembrare il luogo ideale in cui ambientare il drammatico finale dell’opera. Perfino il Bertoja, lo scenografo di Verdi, si ispirò a quel cupo edificio per rappresentare sul palco la rocca di Sparafucile, il cinico sicario cui Rigoletto affida l’assassinio del Duca.

BERTOJA, Bozzetto per il Rigoletto, Museo Correr

La rocca è facilmente individuabile ancora oggi. E’ la costruzione arcigna che trovate sulla destra, ai margini del boschetto subito prima di attraversare il ponte di San Giorgio, via maestra per chi arriva da Verona. Non è visitabile all’interno, salvo nei giorni del FAI, ma tanto è la sua forma esterna ad esser legata per sempre alla storia dell’opera.

Una storia che aveva cominciato ad intrecciarsi con quella di Mantova già da molto tempo.

Monteverdi e la nascita del melodramma

Il 5 ottobre 1600, il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga scese a Firenze per il matrimonio di Maria de’ Medici con il Re di Francia Enrico IV. Durante i festeggiamenti assistette ad un curioso spettacolo in cui gli attori con l’accompagnamento di alcuni musicisti “recitavano cantando”, o “cantavano recitando” ancora non esisteva nemmeno una definizione. Si trattava del primo esempio a noi pervenuto di “dramma per musica”: Euridice, di Jacopo Peri. Il Gonzaga trovò quest’idea molto interessante, tanto da chiedere ad uno dei musicisti al suo seguito, Claudio Monteverdi, di comporre qualcosa di simile per la sua corte.

Ritratto di Claudio Monteverdi, BERNARDO STROZZI

Monteverdi ci lavorò per sei anni, ma compose il primo capolavoro della storia del melodramma: Orfeo. L’idea non era nuovissima, come abbiamo visto. Tuttavia, Monteverdi seppe utilizzare al meglio le forme musicali del tempo: i cori, le danze, i madrigali; tutto valorizzato da un sapiente uso della polifonia, un elemento ancora marginale nel lavoro di Pieri. E’ con Orfeo insomma che per la prima volta apparve chiara l’enorme potenzialità di quel modo di combinare teatro e musica. Possiamo allora dire che è proprio a Mantova, la città di Rigoletto, che è cominciata la lunga avventura dell’opera lirica.

Per la precisione cominciò la sera del 16 febbraio 1607, nel palazzo dell’Accademia degli Invaghiti.

Il palazzo dell’Accademia

All’epoca erano le accademie a finanziare gli spettacoli musicali. Quella degli Invaghiti era nata nel 1567 proprio con l’obiettivo di diffondere l’amore per la musica. Si riuniva in un palazzo che oggi è sede dell’Accademia Virgiliana, a pochi passi dal Palazzo del Podestà. Gli spettacoli, tra cui verosimilmente l’Orfeo, si tenevano in un teatrino a gradoni che esiste ancora oggi. Più o meno.

Nel ‘700 infatti gli austriaci decisero di ampliare il palazzo. Il frutto più appariscente di quella ristrutturazione è la grande facciata neoclassica che insiste su Piazza Dante, ma è all’interno che avvenne il cambiamento che più ci interessa, perché l’antico teatrino venne sostituito con un più moderno teatro a palchetti. Il progetto fu opera di Antonio Galli da Bibiena, nipote del Bibiena che abbiamo già incontrato a Verona.

I lavori terminarono nel dicembre 1769 e già il 16 gennaio 1770 il teatro ospitò un evento che farebbe la gloria delle più grandi hall del mondo di oggi. Pensate che abbiamo ancora il programma di quel concerto e la recensione apparsa sulla Gazzetta di Mantova.

Eisen, Cliff et al. 
Con le Parole di Mozart , “Programma del concerto di Mozart al Teatro Scientifico, Mantova, 16 gennaio 1770” <http://letters.mozartways.com>

Mozart e il Teatro Scientifico Bibiena

…Il passaggio dell’incomparabile giovinetto Wolfango Amedeo Mozart a motivo espresso di dar luogo a questa città di ammirare il portentoso talento e la maestria straordinaria ch’egli, in età d’anni 13, possiede nella musica.

GAZZETTA DI MANTOVA, 19 gennaio 1770

Purtroppo non sono qui per un concerto, ma sono ugualmente fortunato, perché camminando nella galleria che porta ad uno dei palchi sento in sottofondo il caratteristico suono di una prova orchestrale. Non so se l’avete mai notato, ma durante le prove il suono dell’orchestra è più dolce, più delicato, e assume un fascino approssimativo tutto suo. Ascolto quindi il crescendo della musica provenire dalla cavea, per poi aprire la porta del palchetto e venire investito dal suono che d’un tratto si appropria di tutto lo spazio. E proprio immaginando di seguire con lo sguardo le note che si arrampicano verso l’alto, mi trovo ad ammirare per la prima volta questo teatro.

La struttura in sé è piuttosto tradizionale, ma lo stile classicheggiante dei palchetti regala un’eleganza solenne, lontana dalla pesantezza barocca o la chiassosità rococò di tanti teatri coevi. L’illuminazione poi sembra provenire dalle logge, come se in ognuna di esse stesse avvenendo una piccola scena, come fossero tanti piccoli teatrini.

Vorrei che tu avessi visto il luogo dove si è tenuta l`accademia: per la precisione il cosiddetto Theatrino della Accademia Philarmonica. In vita mia non ne ho mai visto uno più bello, di questo genere; e poiché spero tu conserverai con cura tutte le lettere, a suo tempo te lo descriverò.

LEOPOLD MOZART, Lettera alla moglie

Palazzo d’Arco e la sala dello Zodiaco

A Mantova in quegli anni i Mozart erano praticamente in patria. Vennero ospitati dagli Arco, una famiglia patrizia di origini austriache. Il loro palazzo si affaccia ancora oggi sulla piazza omonima, nel quartiere Sant’Andrea. Venne costruito nella prima metà del ‘700 inglobando un palazzo preesistente, seguendo il gusto neoclassico dell’epoca. Gli interni sono visitabili grazie ai volontari della Fondazione Arco. L’ultima discendente della casata infatti morì nel 1970 lasciando il palazzo e le collezioni alla città perché diventassero un museo.

Sinceramente, gli elementi di particolare interesse non sono molti. L’ambiente più suggestivo è una bella biblioteca ricca di rarità antiche, tra cui una prima edizione dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert. Al piano nobile, il grande salone centrale è decorato fino al soffitto con i ritratti di tutti gli antenati, creando un effetto molto scenografico.

Diciamo che da un punto di vista storico, la scelta di lasciare in tutte le sale gli arredamenti originali e completi, offre una fotografia precisa del gusto e delle abitudini sociali di un’epoca. Tuttavia, come il palazzo del’Accademia, anche Palazzo d’Arco custodisce un gioiello nascosto.

Al primo piano di una palazzina isolata nel giardino, si trova una sala le cui pareti sono interamente affrescate con scene ispirate allo zodiaco. Nonostante le ricerche, restano ancora incerti i committenti dell’opera e misteriosa la funzione della sala. L’autore invece viene riconosciuto nel Falconetto, un pittore veneto del ‘500 che in un viaggio a Roma potrebbe aver ammirato un lavoro simile del Pinturicchio. Ogni segno è rappresentato da un’attività caratteristica del mese, mentre sullo sfondo un’architettura classica fa da cornice ad un episodio di storia antica. Però più che il singolo episodio a colpire è l’effetto d’insieme. La ricchezza di dettagli, di simboli che rivestono ogni centimetro delle pareti, crea la sensazione di essere entrati in uno scrigno segreto.

Vivaldi e le sue quattro stagioni a Mantova

Da palazzo d’Arco comincia anche uno degli itinerari che attraversa il parco del Mincio e che collega il palazzo d’Arco di Mantova con quello di Goito.

Avevamo cominciato questo racconto come una sorta di esperienza sensoriale, immedesimandoci in Rigoletto che scopre il cadavere della figlia in riva al lago di Mezzo. E vogliamo finirlo così, immergendoci nella campagna, immedesimandoci in…Antonio Vivaldi.

Vivaldi per tutti vuol dire Venezia, ma per tre anni fu maestro di cappella a Mantova. Non sono rimaste molte tracce di quel passaggio, ma poco tempo dopo, nel 1725, venne dato alle stampe un concerto intitolato : Le Quattro Stagioni. Uno dei primi esempi di musica descrittiva, sicuramente il più celebre. Com’è facile pensare che sia stata la campagna oltre i laghi ad avergli fatto scoprire i suoni della natura.

Così saremmo pronti a partire, ma nella vicina chiesa di San Francesco scopro una lapide sulla sepoltura di Giovanni de Medici, detto Dalle Bande Nere e….comincia un’altra storia.

Però la racconteremo un’altra volta.