Da Eugenio ad Egon: il Castello del Belvedere

Dopo il traumatico pomeriggio artico del mio arrivo a Vienna, il terzo giorno mi accoglie con la luminosità tipica delle mattinate di sole che seguono una notte di pioggia. Sull’erba ancora umida dello Stadtpark i viennesi già sorseggiano le prime birre, mentre sul monumento dorato a Johan Strauss i raggi si rifrangono sulle ultime gocce superstiti, e io cerco di immaginarmi l’aspetto che il luogo doveva avere tre secoli fa.

Perché proprio qui, dove i palazzi del Ring lasciano spazio a questo bel giardino all’inglese, nel tardo pomeriggio dell’11 settembre 1683 le mura di Vienna stavano per cadere sotto all’assalto dei Turchi.

1683, la battaglia di Vienna

In realtà, dopo quattro mesi di assedio, era proprio l’esercito ottomano ad essere giunto allo stremo delle forze. Lontanissimi dalle proprie roccaforti, solo entrando in città i Turchi potevano sperare di salvarsi dall’arrivo dei rinforzi austriaci. Così quel mattino il comandante Mustafa Pasha aveva messo il grosso dell’esercito a difendere i suoi genieri sotto alle mura, nella speranza che questi riuscissero a farle saltare. Mina dopo mina, verso sera i viennesi potevano vedere dagli spalti le prime crepe solcare i bastioni meridionali. Ma proprio allora, come in una sceneggiatura hollywoodiana, apparvero all’orizzonte i cavalli degli Ussari polacchi al galoppo, che come un torrente di metallo travolsero l’esercito turco e lo misero in fuga.

L’eroe del giorno fu naturalmente il re polacco Sobieski, ma agli osservatori più attenti non sfuggì il valore di un giovane colonnello che aveva difeso le mura: Eugenio di Savoia.

Eugenio di Savoia, l’ultimo capitano di ventura

Eugenio di Savoia

Il Principe Eugenio era nato nel 1663, nella Versailles del Re Sole. Sua madre era Olimpia Mancini, una dama di corte potente quanto intrigante, tanto che quando esplose il celebre Affare dei Veleni vi si trovò invischiata. Accusata di aver commissionato alla fatucchiera La Voisin un veleno destinato al marito e ad un’amante del Re, venne condannata all’esilio.

Eugenio comprese che in Francia il suo nome era compromesso, così lasciò il paese e si presentò all’Imperatore d’Austria offrendo i suoi servigi militari. Partecipò così alla difesa di Vienna, ma quella battaglia fu solo l’inizio di una guerra contro i Turchi che sarebbe durata altri sedici anni. Fino al 1699.

In quel periodo i Turchi erano in fase di ritirata invernale verso la roccaforte di Timisoara, e dovevano quindi passare il Tibisco, un affluente del Danubio. Sfruttando rapidità di movimento napoleoniche e tecniche di intelligence ante litteram, Eugenio riuscì a scoprire il punto esatto dell’attraversamento. Nei pressi di Zenta piombò sulla fanteria turca quando artiglieria e cavalleria, ormai sull’altra sponda, non potevano più difenderla. I Turchi non tornarono mai più a minacciare concretamente l’Europa centrale e con la pace che seguì, gli austriaci raggiunsero la massima espansione nei Balcani.

Le imprese di Eugenio continuarono per almeno due decenni, ma noi possiamo fermarci qui. Perché quel che ci interessa è che quando tornò da Zenta era già il più celebre generale austriaco, e l’imperatore gli chiese cosa volesse come ricompensa. Eugenio rispose che voleva costruirsi un palazzo là su una piccola altura da dove ammirare la città che aveva salvato.

Il Castello del Belvedere

Il Castello del Belvedere è formato da due palazzi distinti, quello superiore dove risiedeva Eugenio, e quello inferiore dove alloggiavano gli ospiti illustri. Passeggiando nel giardino alla francese che li separa mi accorgo che è questa la chiave estetica del Castello. Un gioco di scalinate, e fontane e specchi d’acqua crea un dialogo architettonico tra i due edifici e riesce a farne un elemento unitario. Quel che è cambiato oggi è la vista su Vienna, perché nel frattempo la città ha inglobato l’area. Peccato, perché uno che se ne intendeva, un veneziano, salì proprio qui in quegli anni a cercare una “veduta” sulla città. Qualcosa vorrà dire.

Nel 1732 Eugenio morì, e il palazzo venne presto acquistato dagli Asburgo. L’idea di farne un museo prese corpo subito, ma solo nel 1951, dopo un’interminabile serie di cambiamenti, si giunse all’allestimento attuale. Il Belvedere Inferiore ospita le esposizioni temporanee, mentre il Belvedere Superiore è dedicato all’arte austriaca dall’ottocento in poi.

Da allora, ogni anno sono circa un milione i visitatori che vengono al Castello del Belvedere ad ammirare Il Bacio di Gustav Klimt. Non posso quindi stupirmi se una consistente parte di loro è qui anche stamattina. Tocca sgomitare, e farsi largo, perché Il Bacio è un capolavoro, ma io vado di fretta, e devo incontrarmi con una vecchia conoscenza.

Gli occhi dell’editore Eduard Cosmack

Ritratto di Eduard Cosmack

Era una mattina di tanti anni fa. Stavo sfogliando distrattamente il manuale di storia dell’arte, alla ricerca di un’opera da discutere all’esame di maturità, quando all’improvviso vidi due occhi fissarmi. Uno sguardo mai visto prima, così penetrante che sembrava potesse guardarmi dentro. O forse solo attraversarmi per continuare a fissare oltre qualcosa di indefinito, forse il vuoto. Come davanti ad uno specchio.

E in effetti era solo davanti allo specchio che avevo visto uno sguardo simile, in quegli anni, certe mattine in cui la luce dell’alba sembrava non arrivare mai dalle fessure delle serrande abbassate. Sapete, è come se un giorno davanti al televisore, durante una carrellata tra i canali, comparisse all’improvviso una figura che vi chiamasse per nome e vi dicesse: so chi sei.

Non capivo. Quale pittore avrebbe avuto interesse a dipingere un’espressione simile? E perché?

Fu quella la prima volta che lessi il nome di Egon Schiele, e cominciò così una delle storie che mi ha portato qui. Perché dopo tanto tempo il ritratto di Eduard Cosmack è finalmente davanti a me.

Le idee sono come i pollini

Chissà, forse avremmo avuto più cose da dirci una volta io e il signor Cosmack (è un po’ che dormo bene la notte), ma per quanto ancora magnetici, i suoi non sono più occhi che mi spaventino. Così vengo colpito piuttosto dalla posizione delle mani. Giunte e strette tra le gambe mi ricordano un quadro di Kokoscha visto al Leopold, e allora mi torna alla mente una frase letta chissà dove chissà quando: le idee sono come i pollini.

Perché è proprio a Vienna che Freud e Breuer teorizzarono l’esistenza di una parte di noi che non conosciamo e non sappiamo controllare del tutto. Un “io” nascosto che preme per uscire, e si manifesta quando meno ce lo aspettiamo, nei modi più impensabili. I lapsus, certo, ma anche la posizione dei piedi, il movimento delle mani, la postura della testa: è un universo traditore di segni.

Ritratto di Herbert Reiner

E ancora a Vienna, negli stessi anni, un manipolo di giovani pittori riprese un tema che era quasi scomparso dopo l’impressionismo: il ritratto. Ma solo per far emergere l’interiorità, le ossessioni, non sai più se di chi dipinge o di chi è dipinto. E uno di loro, Egon, perseguì l’intento con un’attenzione ossessiva proprio a questo segreto linguaggio del corpo. Enfatizzando le membra, esasperando le pose, ai limiti del contorsionismo: nei suoi autoritratti sembra di vederlo questo “altro” che si agita per uscire allo scoperto.

Anche per questo, sulla parete a fianco, il ritratto del giovane Herbert Rainer sembra un oggetto misterioso. Un viso così innocente, quasi etereo, pare uno squarcio di luce nella galleria ideale dei ritratti di Schiele, una sequenza altrimenti ininterrotta di facce da galera. Ma ecco che a tradimento in basso sbucano due mani nerborute, abnormi. Come se ad esser ritratto fosse stato invece un grande burattino, dietro cui si nascondeva uno dei soliti ceffi, ignaro di aver lasciato fuori le mani.

E basta, potrei pure tornarmene a casa così, ma devo ancora entrare nella sala più bella al mondo.

La sala di Egon Schiele

Ci sono musei, come il Leopold, concepiti fin dal principio per ospitare collezioni d’arte. Le sale ampie, le grandi superfici: tutto sembra studiato per esaltare la visione della singola opera. E poi ci sono musei come questo, che non vennero affatto costruiti per ospitare quadri, e si vede. La luce non è quasi mai ottimale, i quadri sono affastellati per sfruttare ogni spazio possibile, e la calca inevitabile quasi ti impedisce di vedere.

Eppure, questa sistemazione regala un senso di vicinanza con le opere che nei grandi allestimenti manca. Puoi addirittura immaginare che la sala sia “tua”. Senza contare che racchiudere tanti capolavori in un piccolo ambiente crea un effetto estetico quasi travolgente. Girare lo sguardo in questa sala con L’Abbraccio, La Morte e la Donna, La Famiglia, Madre con Due Bambini è come prendere un destro-sinistro sul ring. O ascoltare un’invenzione contrappuntistica di Bach. Quando colta la bellezza di una voce, vieni subito assalito da una seconda e poi da una terza, e non sai più come fare con la tua semplice mente a contenere tutto.

La Morte e la Donna fu il dipinto con cui Schiele si congedò da Wally, la musa di sempre, forse l’unica amata, sacrificata per un rispettabile matrimonio borghese con Edith.

Secondo un’interpretazione diffusa, l’occhio di Schiele/La Morte, vero fulcro del quadro come il centro di un ciclone, osserva sgomento non solo l’amore che si allontana, ma il dramma che incombe sull’umanità . Come tutte le teorie costruite “a posteriori”, è molto suggestiva. Non credo Schiele avesse poteri divinatori, ma in caso sarebbe stato semmai angosciato dal destino del “suo” mondo. Wally si arruolò come crocerossina e morì di scarlattina sul fronte croato nel 1917. Schiele invece, pur chiamato alle armi, riuscì a passare gran parte del tempo a Vienna. Purtroppo a certi appuntamenti non si sfugge. La Famiglia dell’estate 1918 è l’ultimo ritratto con la moglie, e quel bambino era il bambino che aspettavano. Edith morì durante l’epidemia spagnola nell’ottobre di quell’anno. Schiele la seguì tre giorni dopo.

Epilogo

Morì in un bel palazzo nel quartiere Hietzing, oltre lo Schloss-Schonbrun. L’ultimo suo atelier non è visitabile, essendo ora una residenza privata. Una targa lo ricorda accanto al portone d’ingresso.

Fatta la foto, trovo un simpatico bier garten che dà sui binari della ferrovia, una situazione molto berlinese. Sorseggiando una birra penso che avrei fatto meglio una volta sceso dal Castello del Belvedere a fermarmi all’Arnold Schonberg Center. Perché al Castello ho visto un ritratto sgraziato ma pieno di forza di un pittore, Richard Gestl, che ammetto di conoscere solo grazie alla retrospettiva vista al Leopold. Fu lì’ che conobbi la storia del suo amore sfortunato per la moglie di Schonberg. Dunque ancora un pittore, un musicista e la musa di entrambi: penso che c’è un ultima storia da raccontare da Vienna, la città dove un secolo fa le idee si libravano in aria come pollini.