1908, l’estate di Arnold Schoenberg e Richard Gerstl

Quando un pomeriggio dell’autunno 1931 Otto Kallir ricevette una curiosa visita era da tempo il più importante gallerista viennese. Era stato lui otto anni prima ad inaugurare la sua Neue Galerie con la prima retrospettiva mai dedicata ad Egon Schiele. E sarebbe stato lui, fuggito dopo l’annessione nazista, a far conoscere l’espressionismo austriaco nel mondo. Ancora oggi a New York si può visitare la Galerie Saint Etienne, diretta dalle sue nipoti, e chiamata così per ricordare l’antica galleria viennese situata all’ombra dello Stephansdom.

Quel giorno dunque, Kallir accolse un signore chiamato Alois Gerstl, che gli chiese di esaminare alcuni paesaggi dipinti dal fratello scomparso vent’anni prima. Ne aveva molti altri, custoditi in un magazzino. Kallir non credette molto alla vicenda del fratello scomparso, pensò piuttosto che i quadri fossero di un timido Alois. Tuttavia rimase colpito e chiese di vedere anche gli altri, ma quando giunse nel magazzino capì che la storia era vera. Quelle tele impolverate, alcune persino annerite dal fumo, erano davvero lì da vent’anni. E quello che vi era dipinto era qualcosa di più dell’anello di congiunzione tra l’ultimo Van Gogh e i grandi espressionisti viennesi. Alcuni ritratti arrivavano a sfiorare l’astrattismo.

“Mi racconti la storia di suo fratello.” chiese allora ad Alois.

Il fratello di Alois si chiamava Richard, Richard Gerstl, e questa è la storia di un’amicizia che ho scoperto girando per Vienna.

Arnold Schoenberg, pittore…

OSKAR KOKOSCHKA, Arnold Schoenberg

Le gallerie e i musei della Vienna espressionista sono soprattutto delle straordinarie sequenze di ritratti. E tra questi c’è un volto che ricorre piuttosto spesso. Non è quello di una della muse della Secessione. E’ un volto ovale, completato da una calvizie precoce: non proprio i tratti dell’eroe maledetto. Per chi ricorda, sembra vagamente l’Ispettore Bloch. La vivacità dello sguardo, l’intelligenza profonda catturate tra gli altri dal genio di Kokoschka però, non sono comuni. Sono quelle di Arnold Schoenberg, l’inventore della dodecafonia , la prima grande alternativa al sistema tonale che aveva dominato la musica occidentale per secoli.

Un’invenzione ancora lontana negli anni dei fatti che raccontiamo, ma non le sue premesse. Già dal finire dell’ottocento l’insofferenza verso le regole del sistema tonale aveva spinto i più grandi compositori a cercare nel cromatismo, nelle armonie dissonanti, nuove strade espressive. Ma nessuno aveva osato spingersi oltre. Tanto meno il giovane Schoenberg, che agli inizi del secolo capitò però nel posto giusto al momento giusto: Vienna, la città delle avanguardie.

Schoenberg in California, nel secondo dopoguerra

Gli esordi non furono facili. Ancora nel 1907 Schoenberg stentava molto a farsi apprezzare come compositore. Pensò allora che dato il grande interesse per l’arte che attraversava quella Vienna di fine impero, avrebbe potuto dedicarsi alla pittura. Forse poteva guadagnarci qualcosa. Così, chiese ad un giovane pittore che aveva conosciuto nel salotto di Mahler di dargli alcune lezioni. Fecero amicizia. Si chiamava Richard Gerstl.

Il ribelle Richard Gerstl

RICHARD GERSTL, Autoritratto, 1902

Richard Gerstl era nato nel 1883. Fin da ragazzo aveva manifestato il desiderio di diventare un artista. Nel 1898 ottenne di entrare all’Accademia di Belle Arti di Vienna, tuttavia mal digeriva il nuovo stile secessionista e nel 1901 venne espulso per insubordinazione. Successivamente continuò a studiare, in parte con maestri privati, e per un breve periodo, prima di essere riespulso, nuovamente in Accademia. La frequentazione degli ambienti culturali viennesi lo avvicinò alla cerchia di Mahler. Fu così che nel 1907 incontrò Arnold Schoenberg.

Fu per Gerstl una gran fortuna. La conoscenza di Schoenberg gli procurò numerose commissioni, e questo gli permise di sperimentare ed evolversi, soprattutto dopo la visione di una mostra dedicata a Van Gogh, che fu per lui un primo momento decisivo. Capolavoro dei primi anni è uno straordinario autoritratto seminudo in cui lo sfondo azzurro crea un’atmosfera aliena, mentre più convenzionali appaiono i ritratti fatti a Schoenberg e alla moglie Mathilde.

Nella primavera del 1908 i due amici divisero persino lo stesso atelier, e quando arrivò l’estate, Arnold invitò Richard a trascorrerla con lui a Gmunden. E fu proprio in quella cittadina sulle rive del lago Traunsee che Schoenberg cominciò il suo viaggio verso la musica a-tonale, e Gerstl proiettò la sua arte verso l’astrattismo…

e si innamorò di Mathilde Schoenberg.

L’estate del 1908

I quadri che Gerstl dipinse tra il luglio e l’agosto del 1908 sono esposti in questi mesi al Leopold Musem. E’ qui che li ho visti per la prima volta. Si tratta di alcuni ritratti a grandezza naturale eseguiti en plen air. Complici le pareti dipinte di blu del Leopold, lo sfondo giallo trafigge la retina come una saetta. Ci vuole qualche secondo perché emergano lentamente le sagome dei personaggi di quell’estate: Arnold, Mathilde, suo fratello Zemlisnki, mi pare anche Webern, tratteggiati da pennellate violente, grossolane. Gli occhi e i lineamenti sono appena accennati, le figure sembrano scomporsi e disperdersi nello sfondo.

RICHARD GERSTL, La Famiglia Schoenberg, 1908

Diventa difficile credere che questo sia lo stesso pittore che appena qualche mese prima aveva dipinto Mathilde secondo un gusto ancora debitore a Van Gogh. Difficile trovare anche legami con la scena viennese successiva. In comune con Schiele e Kokoshcka, appare solo l’intenzione attraverso i ritratti di esprimere un tormento psicologico che in questo caso è tutto dell’autore. Lo dimostra il modo febbrile con cui vengono stesi i colori, in certi casi addirittura ricorrendo alle mani e infine alle unghie. Una furia consumatasi nell’arco di pochi giorni, dal 22 al 27 luglio, per qualcuno manifestazione di una crisi maniaco depressiva. Solo un ritratto di Mathilde, colta quasi di nascosto, mentre passeggia in giardino, tradisce un attenuarsi della furia, pur nella fedeltà ad uno stile lanciato nel futuro.

Il destino si chiama Mathilde

RICHARD GERSTL, Autoritratto

Già, Mathilde. Fin dai primi giorni a casa Schoenberg era stato il suo soggetto preferito. Il 28 agosto Arnold andò a trovare Richard nella sua dependance e lo sorprese con lei. Le circostanze non lasciavano spazio ad equivoci, e la situazione precipitò. Mathilde fuggì con Gerstl, ma tornò dopo pochi giorni dal marito, mentre Richard fece ritorno a Vienna.

Continuò a dipingere. Risale a questo periodo un autoritratto nudo, dai colori violentemente espressionisti, che anticipa certe atmosfere “schieleriane”. Mathilde non l’aveva abbandonato. Era tornata dal marito e dai figli, ma continuava a fargli visita, ed è forse lei l’ultimo nudo femminile, curiosamente privo di testa, dipinto da Richard.

Venne poi l’autunno. Il 13 novembre, gli allievi di Schoenberg avevano organizzato un concerto. Forse era stata proprio Mathilde a fargli sapere che la sua presenza non sarebbe stata gradita. Sicuramente era stato in quei giorni che gli aveva detto addio per sempre. Fatto sta che quella sera Gerstl andò nel suo studio e diede fuoco ai suoi dipinti. Poi si colpì al ventre con un coltello e si impiccò.

Il Secondo Quartetto d’archi di Schoenberg

Non sappiamo come Schoenberg reagì alla morte dell’ex amico, ma l’intera vicenda l’aveva scioccato, tanto da influenzare esplicitamente i drammi musicali che avrebbe composto a partire da quell’autunno: Die Gluckliche Hand e Erwartung. Addirittura, secondo una tradizione, sarebbe stato proprio il trauma del tradimento a spingere Schoenberg verso l’abbandono definitivo del sistema tonale, in un atto di ribellione estrema verso il mondo. La tesi è suggestiva, tanto da spingermi a visitare l’Arnold Schoenberg Center.

L’Arnold Schoenberg Center si affaccia su Schwarzenbergplatz, ai piedi della collina del Belvedere. Creato nel 1997 dalla Fondazione omonima conserva lettere, manoscritti autografi, appunti, materiale teorico e didattico che il compositore ha donato al momento della sua morte. Oltre ad una discografia completa e aggiornata, si possono ascoltare alcune registrazioni originali, e anche osservare alcuni quadri. Certo, l’avevamo detto, Arnold aveva anche dipinto in quegli anni con Richard. Gli autoritratti che sono qui esposti, ad esempio, non hanno la forza penetrante dei capolavori coevi, ma sono molto espressivi e sono comunque testimonianza di un’epoca .

Tra le registrazioni a disposizione, scelgo il II Quartetto d’archi, op.10. Fu quello che terminò di comporre quell’estate a Gmunden, quello che secondo alcune ricostruzioni avrebbe composto dopo il tradimento di Mathilde. Sicuramente è la composizione che fotografa il momento del grande trapasso. Dopo tre movimenti in cui formalmente viene ancora posta una tonalità di riferimento, per il quarto movimento, scritto tra luglio e agosto, non appaiono nemmeno alterazioni sul pentagramma. Abbandonato anche l’ultimo richiamo formale alla tonalità, la musica sembra vagare nell’incertezza. L’ascoltatore viene trasportato in un mondo in cui non riesce a cogliere punti di riferimento, continuamente provocato da dissonanze, e temi apparentemente slegati tra loro; eppure non riesce a distaccarsene, perché è in continua tensione verso un punto di risoluzione che non arriva mai.

Sarebbero passati dieci anni prima che con la dodecafonia Schoenberg proponesse un nuovo sistema con cui mettere ordine al di fuori della tonalità. Ma non c’è dubbio che quel viaggio, che è poi il viaggio del novecento musicale, sia cominciato in quel momento.

Epifania all’Arnold Schoenberg Center

Finché ascolto, studio un grande pannello in cui la vita di Schoenberg viene scandita dalle date degli eventi principali. E leggo così che il quartetto non venne composto dopo la scoperta del tradimento, ma immediatamente prima. Esattamente nella settimana successivamente al 28 luglio…. ma quelli sono i giorni in cui Richard Gerstl a Gmunden dipinse i grandiosi ritratti di gruppo visti al Leopold!

Certo, nulla nasce dal nulla, era il mondo musicale germanico(e non solo) che tendeva da anni verso quella direzione: Wagner, lo stesso Mahler su tutti. Ma sappiamo che la vita è fatta anche di “momenti”, di input che fanno scattare qualcosa che sta già lì, ma ha bisogno di un innesco, o di un catalizzatore.

E allora, forse è stato proprio ascoltando quella musica così priva di schemi che l’amico stava componendo, che Gerstl pensò di trasporre in arte quello stesso senso di libertà? O forse fu Schoenberg, nel vedere l’amico lasciare ogni residuo accademismo, che decise di spingersi dove ancora nessuno aveva osato, cercando in musica l’apparente anarchia che aveva colto in quelle tele?

VASILIJ KANDINSKIJ, Impressione III (concerto)

In fondo questi racconti da Vienna erano cominciati proprio così, con l’evento in cui Klimt, Klinger, Mahler realizzavano il sogno di arte totale di Wagner: le arti che si uniscono e contaminano a vicenda. E non fu pochi anni dopo Kandinsky stesso a intitolare “Impressione III (concerto)” una delle sue prime opere astratte? Il concerto era di Schoenberg.

Sì, io credo che sia andata così. Quei giorni di fine luglio sulle rive del lago, i due amici si presero idealmente per mano, e insieme fecero il grande salto verso l’ignoto. Uno dei due, dieci anni dopo scrisse l’opera teorica più influente del ‘900, e divenne il riferimento di generazioni di compositori di avanguardia.

Quello che avrebbe potuto fare Gerstl non lo sapremo mai. Tutta la sua eredità rimane in quei quadri impolverati che Alois conservò, e Otto Killer scoprì quella mattina del 1931.