Morte misteriosa del Granduca Francesco I e di Bianca Cappello.

Sembrava una stradina di collina come tante, certo molto ripida, molto stretta, tortuosa come un budello, soprattutto palesemente sbagliata, ma prima o poi confidavo sarebbe arrivato un punto in cui fare inversione e risalire. Invece arrivò un punto in cui la stradina terminava e si trasformava in una scalinata. Senza alcuna possibilità di continuare avevo solo una scelta: rifare tutto in retromarcia. Già alla seconda curva, l’odore acre della frizione surriscaldata faceva intuire che non sarei mai arrivato in cima in quelle condizioni. Niente, ero incastrato. Per un attimo ho pensato che stavo per perdere il mio proverbiale aplomb, quando ho notato che il muro che mi sovrastava a sinistra si interrompeva poco più avanti in un portone.

Era un villa, sapete quel tipo di villa dal cui cancello non si riesce nemmeno a vedere la fine del viale d’ingresso. Non mi restava che suonare e chiedere di aprirmi, giusto il tempo di fare inversione dentro il cortile e ripartire. Non mi aspettavo di dover metter alla prova il mio inglese forgiato da mesi di lockdown e serie in lingua originale proprio qui, ma infine riesco a farmi aprire dal domestico indiano, e qui arriva la sorpresa. Perché intento a far manovra, dallo specchietto vedo uno scorcio di Firenze che mi è familiare. Molto familiare, essendo di fatto uno dei motivi per cui mi son cacciato in questa situazione.

Non il solo però, perché questo viaggio a puntate è cominciato qualche anno fa ed è meglio andare con ordine.

Una nobile veneziana a Firenze

Eravamo rimasti quel pomeriggio di primavera davanti alle finestre di Casa Guidi, dove una poetessa inglese innamorata dell’Italia aveva dedicato un poema al Belpaese. Elizabeth Barret Browning amava girare in Oltrarno, e curiosare tra i rigattieri che già allora affollavano le vie, e sicuramente avrà osservato più volte questo curioso palazzo dalla facciata dipinta che si affaccia su Via Maggio.

Ritratto di Bianca Cappello

Il Palazzo fu progettato dal Buontalenti, il celebre architetto della corte granducale. A lui si devono la grotta a Boboli, l’ampliamento di Palazzo Pitti, di Palazzo Vecchio, e la prima trasformazione degli Uffizi in Galleria d’arte. Ma era stato proprio questo edificio la sua prima opera completa. A commissionargliela era stato un suo amico d’infanzia, che nel frattempo era diventato il Granduca Francesco I, affinché ospitasse una donna ormai celebre in Firenze: Bianca Cappello.

Bianca Cappello era una nobile veneziana che giovanissima aveva conosciuto un gentiluomo fiorentino chiamato Pietro Bonaventura. Questi le magnificò la sua ricchezza e il suo potere in Firenze, tanto che Bianca accettò di sposarlo e scappare con lui. Quando il padre lo scoprì mise in moto addirittura la Serenissima Repubblica che chiese la restituzione della giovane al Granduca di allora. Ma Cosimo I, padre di Francesco, prese la coppia sotto la sua protezione e Bianca restò a Firenze. Purtroppo per lei il Bonaventura non era né ricco né potente, e Bianca si ritrovò a condurre una vita decisamente modesta per le sue origini aristocratiche.

Il Palazzo di Bianca Cappello in Via Maggio

A questo punto entrò in scena Francesco. Non si sa quando l’avesse conosciuta. Forse durante il piccolo incidente diplomatico, quando la ragazza era divenuta nota in città, anche per la riconosciuta bellezza. Fatto sta che in poco tempo la sedusse, del resto lui ricco e potente lo era per davvero. La fece nominare damigella di corte e sistemò persino il marito con un buon impiego. E qui sorgeva un problema, perché Francesco era sposato, per la precisione con Giovanna d’ Asburgo, figlia dell’Imperatore. Si capisce quindi che la relazione con Bianca doveva restare formalmente clandestina.

Il Palazzo di Bianca Cappello

Fu così che il Granduca fece costruire un palazzo dove ospitare la bella amante, non troppo lontano da Palazzo Pitti, anzi raggiungibile con un tunnel segreto che secoli dopo tornò di nuovo utile. Infatti durante la Seconda Guerra Mondiale protesse dai bombardamenti molte opere provenienti dal Corridoio Vasariano.

Il Palazzo è facilmente riconoscibile: la facciata è completamente ricoperta di grottesche. Erano le grottesche delle decorazioni architettoniche che creavano motivi geometrici a partire da figure di creature fantastiche o mitologiche. Divennero di gran voga dopo che a Roma nel 1480 erano state scoperte le grotte dell’Esquilino (rivelatesi in seguito i sotterranei della Domus Aurea) che contenevano appunto esempi di questo genere ornamentale. Molti dei più grandi pittori del Rinascimento si fecero calare nelle cavità proprio per studiare queste figure e tra loro ci fu anche Bernardo Poccetti, l’autore di quelle del Palazzo di Bianca.

Una grottesca della Domus Aurea a Roma

Per la verità, quando le decorazioni vennero ultimate Bianca Cappello aveva da tempo lasciato il Palazzo. Per la precisione quando nel 1578 la Granduchessa Giovanna morì, e pochi giorni dopo alcuni ladri fermarono per strada il marito di Bianca e lo ammazzarono di botte: vedete gli strani casi della vita. Il Granduca e Bianca si sposarono nel 1579, e lei andò a vivere con lui a Palazzo Pitti.

Insomma una storia a lieto fine, a parte qualche morto per strada che all’epoca non turbava più di tanto. Tuttavia la grande famiglia Medici non accettò mai la “veneziana”, e a corte Bianca rimase sempre isolata. Tanto che i due sovrani finirono per passare gran parte del tempo nella villa medicea di Poggio a Caiano.

Quella di Poggio a Caiano, curiosamente, è una villa che ho visitato la primissima volta che ho visitato Firenze, tanti anni fa. Ricordo che viene considerata un capolavoro del Sangallo. Soprattutto ricordo una scalinata molto scenografica all’ingresso. Fiducioso vado a recuperare le foto di quel viaggio, fatto quando ancora si portavano i rullini a sviluppare. Potete immaginare lo sconcerto nel constatare che quel giorno i miei soggetti furono i pesci rossi nella fontana e un mio amico intento ad imitare credo un cantante metal, per di più con lo sfondo opposto alla villa.

Non ho parole. A mia scusante però posso portare il fatto che all’epoca non sapessi nulla di ciò che in quella villa era successo…

Un giallo durato secoli

Una sera del 1587 Bianca Cappello, il Granduca, il Cardinale Ferdinando de’ Medici suo fratello e un altro signore tornarono alla villa da una battuta di caccia. E come ben sa chiunque abbia visto un film o letto un libro ambientato in quei tempi, da La Regina Margot a Il Trono di Spade, quando un sovrano torna dalla caccia succede sempre qualcosa di brutto. Tanto che ci si domanda con che coraggio continuassero ad andarci. Fatto sta che quella sera Bianca e il Granduca, il Cardinale no, cominciarono a lamentare dolori tremendi allo stomaco, vomito, febbre, e nel giro di due giorni morirono.

Le Cappelle Medicee conservano le tombe dei Granduchi di Toscana

Questa morte improvvisa ed altre circostanze, per esempio che il successore di Francesco non fu il figlio, ma il fratello Ferdinando diventato subito “ex” Cardinale, hanno ovviamente nutrito molti sospetti. Fino a quando nel ‘900 non irruppero anche nello studio della storia le scienze forensi. Ed ecco allora che la leggenda diventò fiction. Perché in una chiesa di Poggio a Caiano vennero ritrovate delle urne contenenti dei visceri, proprio dove un documento testimoniava fosse stato sepolto il fegato dei due amanti. Nel 2004 uno studio condotto dall’Università di Firenze attribuì il fegato rinvenuto a Francesco I, confrontandone il DNA con quello dei resti sepolti nella tomba delle Cappelle Medicee. Ma soprattutto riscontrò nei visceri tracce di arsenico. I sintomi descritti dai medici di corte, e il risultato dell’autopsia dell’epoca sembrano compatibili con l’avvelenamento, del resto sempre mormorato. Ed è quindi così che un giallo di secoli sembrava essersi risolto.

Ritratto del Granduca Francesco I

Ma siamo in una crime series, e la perizia di parte della difesa non può mancare. Nel 2009 un ulteriore studio condotto dalle Università di Pisa e Torino denunciò l’inattendibilità del test del DNA con cui erano stati identificati i visceri, plausibilmente inquinati da DNA moderno. Oltre a questo, venne fatto presente che l’arsenico un tempo veniva usato in piccole quantità proprio per conservare i visceri. E poi l’asso nella manica, la prova regina: nello scheletro di Francesco sepolto a Firenze trovarono tracce del Plasmodium Falcidarum, l’agente patogeno della malaria che sarebbe allora la vera causa di morte.

E con questo il caso parrebbe chiuso. Anche se io, nel mio piccolo, mi permetto di avanzare qualche dubbio. Come possiamo sapere che la malaria, una malattia endemica in quei tempi, sia stata la causa finale della morte? E poi di sicuro l’ha avuta Francesco, ma non c’è alcuna prova della malattia di Bianca Cappello, il cui scheletro nessuno sa dove riposi. Io credo che non passerà molto tempo prima che una nuova indagine riaccenderà l’interesse per questo mistero del Rinascimento.

Cartolina da Bellosguardo

Quante storie si possono raccontare, davanti ad un palazzo in Oltrarno. Noi, dopo averne ammirato la facciata, quel giorno di primavera ci incamminammo per raggiungere il Piazzale Michelangelo e guardare Firenze dall’alto. E anche oggi che sono tornato qui per scattare delle foto migliori alle grottesche, vorrei riguardare la città dall’alto. Solo che nel frattempo ho fatto una scoperta.

Ero un giorno di settembre a Milano. Stavo visitando un mostra dedicata ai Preraffaelliti, quando notai una veduta di Gerusalemme, ed accanto una di Firenze, ma da una prospettiva incomprensibile. Tutto era dalla parte sbagliata: la cupola, il palazzo, l’Arno. Oppure poteva esser un’altra visuale, da un luogo che non avevo immaginato esistesse. Toccava indagare. Sarebbe stato bello venire a Firenze e girovagare fino a intuire quale fosse il palazzo o la collina che cercavo. Però la tentazione di usare google earth fu troppo forte e quindi due giorni dopo sapevo esattamente dove era stata dipinta quella veduta: la collina di Bellosguardo.

Dal sapere dov’è un posto ad arrivarci però non è sempre un attimo. Sarei dovuto venire qui in primavera, poi sapete c’è stata un’epidemia mondiale e tante altre cose, fatto sta che sono qui adesso. Con la macchina incastrata e l’odore della frizione bruciata che aleggia ancora intorno. Ma almeno l’ho trovata quella vista. Non posso fare altro che smontare, chiedere al gentile fattore asiatico di addentrarmi nel cortile quel che basta per vedere meglio. Ormai sono convinti che io sia un tipo curioso ma innocuo e posso scattare la mia foto, che non è nemmeno questa che pubblico perché la luce me l’ha bruciata.

Per fortuna, uscito da quella situazione mi avventuro in un’altra stradina, che finisce anch’essa davanti ad un cippo, ma almeno c’è un angolo in cui fare manovra. Prima però salgo sul muretto per osservare con calma quello che volevo. Firenze sembra diversa, soprattutto la Cupola appare meno grandiosa, in un certo senso più armonizzata con il resto della città. Ma è soprattutto l’ambiente da cui si guarda, la cornice ad essere diversa. Certo Piazzale Michelangelo è pittoresco con le gradinate, il gelato e i ragazzi con la chitarra, però qui il verde, gli alberi che incorniciano e quasi nascondono la vista fanno apparire la città come il contenuto di uno scrigno che si apre ai nostri occhi.

Lo sapevano bene tutti gli artisti e poeti e scienziati che hanno vissuto qui, in queste ville ora diventate centro congressi e albergo. Qui Galileo Galilei ha scritto il Dialogo dei Massimi Sistemi, e Ugo Foscolo il secondo capitolo del poema Le Grazie. Henri James ci visse, e ovviamente John Brett, il pittore inglese autore della nota veduta. Anche una donna di nome Violet Trefusis, a cui proprio nel punto dove sono smontato il Comune di Firenze ha dedicato una targa. Ammetto di non conoscerla e mi riprometto di indagare. Ma intanto credo di aver concluso un’altra piccola missione, e saluto la città che da secoli seduce da ogni angolo i suoi visitatori.