Storia del Trittico di Danzica, città di corsari e mercanti

Guardando l’espressione degli indigeni che sorpasso mentre attraverso a tutta velocità il luccicante mercatino di Natale alle porte di Danzica, deduco che anche nel nord Europa i monopattini hanno rappresentato un’invasione abbastanza improvvisa e molesta. Tuttavia non avevo molta scelta di mezzi, dovendo precipitarmi al Museo Nazionale e visitarlo prima del tramonto. Voglio infatti osservare le vie della città dorarsi al calare del sole. Così eccomi raggiungere l’estremità meridionale del centro storico e avvicinarmi all’imponente complesso rosso mattone. Il Museo Nazionale di Danzica si trova nell’antico convento francescano adiacente alla chiesa di Sant’Anna, ed ospita una collezione di arte nordica dal periodo medioevale all’età moderna. Purtroppo molte opere furono distrutte durante la II Guerra Mondiale, fortunatamente non quella per cui il museo è famoso. Principalmente perché all’epoca non si trovava lì. Sto parlando del Trittico di Danzica, e questa è la sua storia.

I pirati dei mari del nord

Le navi della Lega Anseatica (fonte: Alamy)

Quella mattina del 1473 la galea San Tommaso battente bandiera libe…britannica(semicit. Manuel Fantoni) era salpata dal porto di Bruges per raggiungere Firenze. Non trasportava solo il consueto carico di pelli, metalli e legname: nella sua stiva custodiva un imponente trittico ligneo destinato alla Badia di Fiesole. Era stato commissionato al pittore Hans Memling dal presidente del Banco Medici a Bruges: Angelo Tani.

Non era un periodo tranquillo, per andar per mare. Da qualche anno era scoppiata la guerra tra la Lega Anseatica, potente alleanza tra le città costiere che controllavano i commerci tra il Mare del Nord ed il Mar Baltico, e il Regno d’Inghilterra, interessato a scalfirne l’egemonia. Fu una delle prime guerre combattute sui mari d’Europa che ben presto si trasformò in vera e propria guerra di pirati. Per circa un lustro le fredde acque del nord Europa furono teatro di una sequenza scoppiettante di arrembaggi, sacchi di città costiere, rapimenti, intrighi politici. Chissà se Emilio Salgari conosceva questa storia. Ne dubito, altrimenti ci avrebbe ricavato minimo tre cicli di avventure.

Uno dei protagonisti di quelle imprese corsare fu Paul Beneke, un tedesco nato nella ricca città anseatica di Danzica. Qualche anno prima si era spinto sino a Dover, catturando il sindaco della città e ottenendo un ricco riscatto. Qualche anno dopo avrebbe rapito addirittura il sindaco di Londra, un evento talmente clamoroso da portare indirettamente alla fine della guerra. Insomma, non era certo uomo da non ingolosirsi, quando quel giorno il marinaio di vedetta annunciò una grossa galea inglese all’orizzonte.

Il Trittico di Danzica, dipinto da HANS MEMLING

Fu così che Beneke mise le mani sul trittico di Memling, e una volta fatto ritorno a Danzica decise di donarlo alla città. Quando lo scoprirono, non solo i Medici di Firenze, ma persino il Papa si mosse affinché gli anseatici restituissero il maltolto. Le autorità di Danzica fecero orecchie da mercante, è il caso di dirlo, e lo portarono alla Cattedrale di Santa Maria.

Il Trittico di Danzica, un capolavoro di Hans Memling

Noi italiani lo sappiamo bene: nessuna opera d’arte poteva dirsi al sicuro quando Napoleone arrivava in città. Infatti dopo la conquista francese della Polonia il Trittico di Danzica finì al Louvre, per fare ritorno in patria solo dopo la battaglia di Lipsia. Ma anche Hitler aveva una sua passione per l’arte, e durante l’occupazione tedesca i nazisti portarono l’opera in Turingia, dove fu ritrovata dall’Armata Rossa a guerra finita; diventò quindi parte della collezione dell’Ermitage fino al 1956, quando la Polonia ne ottenne la restituzione. Forse per scaramanzia non lo sistemarono nella Cattedrale, ma nel nuovo Museo Nazionale, ed è proprio qui che ora lo posso ammirare.

Particolare dell’inferno

Il Trittico di Danzica è una classica rappresentazione del Giudizio Universale. Nel pannello centrale è raffigurato il momento del giudizio, mentre sulle tavole laterali troviamo l’ascesa al Paradiso e la caduta agli Inferi. Al centro, il Cristo giudicante e l’Arcangelo Michele costituiscono l’asse attorno a cui ruota la composizione. Una geometria molto precisa ed armoniosa dispone le figure nello spazio. Tuttavia, come spesso accade, questo equilibrio compositivo viene inesorabilmente sabotato dall’irresistibile attrazione che l’immagine dell’inferno esercita per il nostro sguardo.

Memling ha dipinto una voragine infuocata, quasi un cratere vulcanico, dove diavoli armati di forconi spingono giù i dannati; e fino a qui non vi sarebbe nulla di particolarmente originale. Ma la dinamicità della massa di anime che si rovescia nell’orrido a destra, come risucchiata dalle viscere della terra, ha una modernità difficilmente riscontrabile nei “giudizi” coevi. Non siamo davanti ad un’immagine statica, ma ad uno storyboard ante litteram, che sembra catturare l’attimo in cui la voragine si spalanca per inghiottire i dannati.

Spiace non sia mai arrivato a Firenze, dove avrebbe rappresentato un contrasto interessante con l’iconografia della scuola toscana e italiana in generale. E come spesso è accaduto nella storia dell’arte, avrebbe magari esercitato qualche influsso che ne avrebbe cambiato il corso.

Blue Hour in Danzica

Il Municipio e la Corte di Artù con la Fontana di Nettuno in primo piano

Uscito dal museo mi dirigo verso il centro antico della città. Un tempo era delimitato da possenti bastioni, ora scomparsi, mentre resistono ancora due grandi porte dai nomi pittoreschi: la Porta d’Oro e la Porta Verde. Attorno al lungo viale che unisce queste due porte, la Via Reale, si sviluppa il centro storico di Danzica con i suoi splendidi palazzi. E anche qui troviamo una specie di trittico: Municipio, Corte di Artù e Fontana di Nettuno creano uno degli scorci più caratteristici e fotografati.

Era la Corte di Artù un luogo d’incontro delle famiglie borghesi più importanti. Visse il suo periodo di splendore dal XV al XVII secolo, durante il quale era scenario di spettacoli musicali e circensi, ma anche di esposizioni artistiche e culturali. Naturalmente doveva rappresentare la potenza della borghesia cittadina ed era quindi riccamente decorata si all’interno che all’esterno. E’ curioso che le statue poste ad ornamento della facciata della Corte, e la fontana di Nettuno, abbiano come protagonisti figure della mitologia classica, non nordica, a testimonianza di quanto fosse forte l’influsso culturale dell’Italia in Europa. Il palazzo del Municipio è invece un complesso massiccio e allungato verso il cielo con la sua torre alta e il rosso dei mattoni che al calar della sera sembra illuminarsi dall’interno.

Palazzi affacciati sulla via Reale

Come dicevo, avrei voluto ammirare la città all’ora del tramonto, ma non avevo calcolato bene la durata del giorno da queste parti. Del resto è così spessa la coltre di nubi, che difficilmente mi sarei reso conto se e quando il sole stava calando dietro ai tetti. Scopro allora con sorpresa un fenomeno strano. Il cielo che era stato grigio sin dal mattino, anziché diventar sempre più cupo all’avanzare della notte, vira improvvisamente verso un azzurro intenso, denso, e assume nell’arco di mezz’ora tutte le sfumature che portano al blu più profondo. Non so se dipenda dalla direzione dei raggi del sole a queste latitudini, o da un effetto di rifrazione dovuto proprio alle nuvole, ma questa luce che avvolge le strade crea una vera e propria blue hour che esalta ancor di più i colori accesi dei palazzi di Danzica.

Danzica, e l’inconfondibile fascino di Amsterdam

Ancora più dei palazzi, sono le abitazioni comuni a rendere caratteristiche queste strade, con i loro colori pastello, ora pallidi ora più accesi. Le case tutte a schiera si proiettano verso l’alto, strette lo spazio di farci stare due finestre per piano. Balconi e cornicioni sono circondati di stucchi o decorazioni in ferro battuto, e in ogni casa sono diversi dalla casa accanto. Come pure sono sempre diversi i frontoni che nascondono i tetti, a volte triangolari, a volte dalla forma arrotondata. Coprendo con una mano i corpi centrali delle case sembrerebbero le facciate di tante piccole cappelle.

L’Arsenale che si staglia su una delle sfumature di blu del cielo

Percorrendo la piazza del mercato, e zigzagando tra i vicoli attorno, raggiungo la Porta Verde e subito oltre mi trovo davanti al canale della Vistola che avvolge la città antica. Attraverso il ponte che conduce all’isolotto ricco di ristoranti e locali. Soprattutto è da qui che si può apprezzare un altro scorcio pittoresco. Un’imponente gru di epoca medioevale testimonia l’antica attività navale della città: consiste in una struttura meccanica lignea issata a cavallo di due torri. Il meccanismo era azionato da un argano manuale e poteva sollevare fino a 10 tonnellate fino a 10 metri di altezza. Serviva a issare i carichi sulle navi, ma in taluni casi anche ad innalzare gli alberi maestri. Attorno ad essa, la lunga fila di case e palazzi diseguali, ma armoniosi, si riflette sull’acqua creando un’atmosfera che per colori, scenario e luci mi ricorda gli scenari notturni di Amsterdam.

Era da un po’ di tempo che cercavo di associare le atmosfera di Danzica a qualcosa di già conosciuto: ci voleva un canale, evidentemente. Anche a Honfleur, in Normandia, ricordo di aver pensato “sembra una piccola Amsterdam” : e quindi concludo che forse è semplicemente così che sono fatte le città che si affacciano sui mari del Nord Europa.

Misteriosa forma delle chiese di Danzica

La Cattedrale e la Cappella Reale

In tutta questa mia passeggiata, c’è una presenza ingombrante, quasi immanente che incombe: è la cattedrale di Santa Maria. Man mano che ci si avvicina, la sua presenza è sempre più invadente, e domina gli scorci tra le vie, come antiche rovine che si intravedono tra i rami di una foresta. Ma una volta raggiunta la piccola piazza antistante, risulta impossibile cogliere completamente la forma della cattedrale. È una caratteristica, questa delle chiese di Danzica, che ho notato fin dal primo momento, e che ora viene sublimata da quella più maestosa di tutte.

Non hanno la razionalità che ai nostri occhi caratterizza le nostre chiese, di cui sono facilmente riconoscibili un ingresso, una navata, un abside. Intanto il campanile, o meglio la torre campanaria ingloba la facciata, e questo conferisce alle chiese questo tipico aspetto di torrione medioevale. Ed anche ai lati la struttura viene avvolta da un sistema di mura, aggetti merlati, camminamenti, piccole torri che fanno sembrare la cattedrale un castello. Con la penombra della sera poi, tutto sembra fondersi con le case circostanti e formare un unico enorme complesso architettonico.

L’interno della cattedrale

La cosa singolare è che all’interno la struttura è invece semplice e lineare come quella di qualsiasi chiesa, con le navate, l’altare e l’abside sullo sfondo. Colpiscono subito gli alti e numerosi pilastri bianchi che si stagliano verso la volta decorata, tanto da dar l’illusione di aggirarsi tra gli alberi di una foresta incantata. Decido di salire sulle ripide scale a chiocciola della torre: 480 gradini, e infine dal terrazzo finale mi accoglie una splendida vista sulla città. Peccato solo sia ormai decisamente buio e non sia possibile apprezzare i colori dall’alto.

Non riesco a non pensare tuttavia a quale spettacolo desolante dovesse apparire nel lontano 1945. Perché dopo i secoli di gloria dell’era dei mercanti, Danzica fu protagonista di tutti i grandi drammi del ‘900 e sì, tutti questi splendidi palazzi che ho provato a descrivere sono stati ricostruiti. Non ne era rimasto in piedi uno.

Si possono vedere anche da qui, in lontananza, le luci della penisola di Westerplatte e quelle dei cantieri Lenin, dove i cittadini lottarono in momenti diversi per salvare Danzica, la città libera. Domani ci andrò.